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postato da rivoltoso alle ore 18:26
lunedì, 20 marzo 2006

Anche senza tingersi i capelli, rimarrà sempre Moro

1978, Aldo Moro è nelle mani delle Brigate Rosse. L'Italia è sotto shock, siamo in piena emergenza nazionale.

L'attuale candidato premier dell'Unione, Romano Prodi, il volto nuovo della sinistra italiana, il 3 aprile del 1978 venne a conoscenza del luogo dove con tutta probabilità Aldo Moro veniva tenuto priogioniero. Come venne a saperlo? E' lo stesso Prodi a rivelarlo: tramite una seduta spiritica. Sì, una seduta spiritica.
Per la precisione, furono gli spiriti di Don Sturzo e La Pira a suggerire a Prodi il luogo in cui era tenuto prigioniero Moro (tutto questo risulta dai verbali dell'audizione di Prodi presso la Commissione Moro, nel giugno 1981, che è possibile leggere qui su
Macchianera, mica su Forza Italia).
Bene, immaginatevi la scena: Prodi seduto ad un tavolino, con il dito sul piattino, in collegamento con lo spirito di Don Sturzo pronto a rivelare al mondo dove si trova Moro. Ad un certo punto il piattino si muove, è Don Sturzo: la scritta che esce è Gradoli. Prodi e i suoi compagni di seduta vanno in panico: dov'è Gradoli? Nessun problema, Prodi è preparato e sa come affrontare ogni emergenza. Si alza e va a prendere una mappa italiana del Touring Club. Cerca Gradoli. Trovato! E' un paesino in provincia di Viterbo. Aldo Moro è prigioniero lì,
lo ha detto lo spirito di Don Sturzo a Romano Prodi.
E ora, che fare? E' Prodi a farsi avanti: io ho amici a Roma - dice il professore - ci penso io. E così fa: va nella capitale e avvisa tutti, dai vertici della Democrazia Cristiana al Ministro dell'Interno. Prodi è preso sul serio da tutti: infatti viene subito organizzata una perlustrazione a Gradoli, il paesino. La moglie di Moro, Eleonara, chiede se non potrebbe essere una via di Roma. La risposta di tutti è unanime: no. A Gradoli, il paesino, non trovano nulla.

Aldo Moro non verrà mai trovato vivo. Il covo era, incredibile, in via Gradoli, a Roma.
Nel 1981 Prodi viene ascoltato dalla Commissione Moro (qui i verbali). Nel 1998 viene richiamato ma non si presenta. Il verbale di Prodi del 1981 è sconvogente: impavido perchè non riesce nemmeno a nominare "seduta spiritica", patetico perchè dichiara "dopo questa esperienza, ho trovato tanta gente che mi ha confessato di aver fatto la medesima cosa", spiritato quando afferma che "vi furono anche interlocutori vari tra i quali, per quel che mi ricordo, Don Sturzo", imbarazzante quando sostiene che la coincidenza tra il nome uscito dalla seduta e il covo di Moro è soltanto una semplice casualità, commovente quando afferma che "in questa situazione mi sento estremamente imbarazzato ed estremamente ridicolo".

Ma cosa successe veramente?
La verità ancora non la conosciamo.
Abbiamo tre ipotesi, tutte di una gravità estrema:
1) Romano Prodi crede alle sedute spiritiche. Romano Prodi è stato veramente in contatto con lo spirito di Don Sturzo, il quale ha fornito il nome del luogo dove era tenuto prigioniero Moro.
2) La seduta spiritica non c'è mai stata. E' tutta una grande messa in scena. Con la scusa della seduta spiritica, Prodi voleva coprire il vero informatore. Quindi Romano Prodi ha mentito al Paese, alla magistratura e al Parlamento. A parte questo, chi era il vero informatore? Un articolo del settimane di estrema sinistra, Avvenimenti, sostiene che l'informativa arrivata a Prodi non arrivò dallo spirito di Don Sturzo, ma dal Kgb.
3) Come sopra, ma con un pericoloso aggravante: la rivelazione sarebbe servita per mandare un messaggio alle Brigate Rosse. Per il momento, noi, camuffiamo il messaggio "Gradoli" con "città di Gradoli", ma a chi si trovava in Via Gradoli il messaggio arrivò forte e chiaro.


Scegliete una di queste tre ipotesi. Una di queste rispecchia la verità. Scelta? Bene. E ora chiedetevi: è questa la serietà al governo?
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Commenti
#1   21 Marzo 2006 - 11:28
 
Tutte le contraddizioni di Prodi sul covo del sequestro Moro


• da Il Giornale del 20 marzo 2006, pag. 6


di Giancarlo Perna

L'episodio più ambiguo nella sfuggente personalità di Romano Prodi è la celeberrima seduta spiritica incentrata sul sequestro Moro.



L'Italia è in subbuglio per il leader dc volatilizzato e Prodi che fa? Chiede lumi agli spiriti. Accantoniamo gli interrogativi su una simile iniziativa presa da un uomo pio e praticante, e veniamo a quel 2 aprile 1978.



Sono trascorsi 17 giorni, numero cabalistico, dall'agguato di Via Fani. È domenica e 17 persone, numero cabalistico, sono riunite nella casa di campagna di Alberto Clò, docente bolognese, futuro ministro nel 1995 del governo Dini. Il rustico è a 30 km da Bologna, in una località isolata, detta Zappolino.



All'ora di pranzo, i commensali sono 13, numero cabalistico: Romano e Flavia Prodi, Fabio Gobbo (allievo di Romano), Adriana, Alberto, Carlo e Licia Clò, i padroni di casa, Francesco e Gabriella Bernardi, Emilia Fanciulli e tre bambini. Finito il pasto, le signore sparecchiano e i marmocchi si mettono a giocare. Degli altri, qualcuno ha l'idea di evocare le anime di Don Luigi Sturzo e di Giorgio La Pira per saperne di più sulla sorte dell'ostaggio delle BrAdocchiano un tavolino quadrato, ci poggiano sopra un foglio con le lettere dell'alfabeto e cominciano a interrogare i defunti tenendo le mani sul piattino. Dopo tentativi infruttuosi, il piattino comincia a zigzagare sul foglio. Escono diverse località in cui Moro potrebbe essere prigioniero. Nomi banali, perché noti, come Viterbo e Bolsena, e quindi luoghi poco adatti a un nascondiglio. Poi, all'improvviso, muovendosi con decisione, il piattino scrive G-R-A-D-O-L-I. Nome mai sentito dai presenti che ignorano se la località effettivamente esista. Prima di verificare, ripetono il tentativo e il piattino conferma, Gradoli. Poi, di nuovo: Gradoli. Lo farà una ventina di volte. Nel corso di questa reiterazione, giungono e si uniscono alla compagnia i quattro ritardatari: Mario Baldassarri, allora docente a Bologna, oggi viceministro dell'Economia, sua moglie Gabriella e i due pargoli. Ora nella casa di Zappolino sono in 17.



«Era una domenica uggiosa - mi ha raccontato Baldassarri in un'intervista un anno e mezzo fa -. Da Bologna, raggiunsi con moglie e bambini, la casa di campagna di Alberto Clò, dove c'erano già Prodi e gli altri... Li trovai seduti con le dita su un bicchierino che sembrava muoversi da solo. Pensai a uno scherzo per farmi paura. “Mi credono un ragazzo di campagna”, mi dissi. Cominciai a girare attorno al tavolino guardando sopra e sotto per scoprire il trucco. Ma facevano sul serio».



«Chissà che silenzio solenne», ho detto, interrompendo viceministro.



«Una bolgia. Dalla cucina rumore di stoviglie, i bambini zampettavano, uno dei presenti voleva fare le salsicce sul prato. Intanto il bicchierino zigzagava sul tabellone e alla domanda: “Dov'è Moro?“ dette la clamorosa risposta: “Gradoli”. E proprio in Via Gradoli a Roma, come si seppe mesi dopo, Moro era prigioniero delle Br. Me ne stupisco ancora». Questo il ricordo a distanza di Baldassarri, di cui riparleremo.



Ma torniamo a Zappolino, 28 anni fa. Gli spiritisti sospendono la seduta, consultano una carta stradale del Lazio e rintracciano Gradoli. È un comune sulle colline di Viterbo. Esiste davvero! Lo sconcerto è immenso. Tolgono dal tavolino il foglio con l'alfabeto, spianano al suo posto la carta e riprendono il piattino (il bicchierino, secondo la testimonianza di Baldassarri). L'arnese si muove subito sulla pianta del Lazio e va sicuro sul nome Gradoli. Due, tre, quattro volte. Il responso di Don Sturzo e La Pira è ormai incontestabile.



L'indomani, 3 aprile, un Prodi eccitatissimo entrò trafelato nella sua Facoltà, quella di Scienze politiche del''Università di Bologna, iniziando a raccontare l'episodio domenicale a tutti quelli che incontrava. Ma appena scorse il professore di Criminologia, Augusto Balloni, non solo gli riferì della seduta, ma gli fece una proposta che lo lasciò di stucco.



Balloni quella richiesta non l'ha mai digerita. «Prodi - rievocò anni dopo - è una persona anche capace di pensare che i suoi stessi colleghi sono dei poveri idioti. Durante il sequestro... qualcuno deve avergli dato la prova di essere in contatto con Moro indicandogli la sede della prigione... Poi con un'impudenza che non ho mai scordato, si rivolse a me e disse: “Tu sei un criminologo di fama. Vai dai magistrati e parla di questa cosa di Gradoli. Però non ti permetto di citarmi come fonte”. “Al massimo andrò a Sant'Isaia dei matti (l'ex manicomio di Bologna)”, ribattei. Ma come si può ipotizzare che io vada da un magistrato... citando una fonte che vuole restare anonima, che cita un'altra fonte che non si sa chi sia?». Dunque, per Talloni, Prodi stava mentendo. Aveva saputo di Gradoli da qualcuno vicino alle Br e poi, per coprirne l'identità, aveva inscenato la seduta spiritica. Il criminologo fu il primo di una lunga serie di increduli.



Il giorno dopo, 4 aprile, Prodi è a Roma, in Piazza del Gesù, sede della Dc. Nel cortile del palazzo parlotta con Umberto Cavina, portavoce del segretario del partito, Zaccagnini. Gli racconta della seduta e di Gradoli, spiega che era suo dovere riferire, che però di queste cose non si intende, non sa che altro fare e che insomma ci pensasse lui, Cavina, a inoltrare la notizia a chi di dovere. Per quanto lo riguardava, non vedeva l'ora di lavarsene le mani. L'interlocutore ringrazia Prodi che, lanciato il sasso, esce di scena. Cavina corre da Luigi Zanda, oggi senatore della Margherita, e fa la cosa giusta. Zanda era il segretario di Cossiga, cioè del ministro dell'Interno, supremo responsabile dell'indagine e il più adatto a valutare l'informazione.



Il resto è noto. Il 5 aprile, polizia e carabinieri si precipitano nel paese di Gradoli e non trovano nulla. Il 18 aprile scoprono invece un covo brigatista in Via Gradoli a Roma, fino a poco prima la prigione di Moro. Con l'equivoco tra via e paese, di Moro si persero le tracce fino all'8 maggio, quando il corpo fu rinvenuto nel bagagliaio di un'auto ferma in Via Caetani.



La vicenda era chiusa. Gli interrogativi rimanevano aperti. La seduta spiritica prodiana è stata vagliata da due commissioni parlamentari d'inchiesta. Davanti alla prima, del 1981, Prodi testimoniò: «Era un giorno di pioggia, facevamo il gioco del piattino... era la prima volta che vedevo cose del genere. Uscirono Bolsena, Viterbo, Gradoli…Ho ritenuto mio dovere riferire. Se non ci fosse stato quel nome sulla carta, oppure fosse stato Mantova o New York, nessuno avrebbe riferito. Il fatto è che il nome era sconosciuto e allora ho riferito immediatamente».
Alberto Clò, il padrone di casa, precisò a proposito del piattino che «era di una tazzina da caffè, una di quelle in cui avevamo bevuto il caffè prima». Fabio Gobbo, l'allievo di Romano e futuro membro dell'Antitrust, parlò invece di «un posacenere» che girava «toccando le lettere sul foglio di carta».A essere pignoli, le contraddizioni non mancano. Per Prodi a muoversi è «un piattino», per Gobbo «un posacenere», per Baldassarri, «un bicchierino». Inoltre, Prodi dice che quella domenica «era un giorno di pioggia», per Baldassarri era «una giornata uggiosa». Antonio Selvatici, biografo di Prodi, ha condotto sul punto un'indagine fulminante. Consultando i dati del Servizio idrografico della stazione pluviometrica di Monte San Pietro a 1,2 km da Zappolino, ha scoperto che «quel giorno, in quella zona, in quelle ore... non cadde una goccia». Quanto basta per chiedersi se in quella domenica campagnola gli ospiti abbiano visto lo stesso film. Anzi, per dubitare del film stesso.



La seconda indagine parlamentare è del giugno 1998. L'intento della Commissione, presieduta dal ds Giovanni Pellegrino, era escludere che facendo il nome Gradoli si volessero in realtà avvertire le Br dell'avvicinamento delle forze di polizia al covo. Un sospetto grave che metteva in una luce sinistra la seduta spiritica da cui il nome di Gradoli scaturì. Prodi, che nel '98 era capo del governo, fu convocato da Pellegrino ma rifiutò di andare. Testimoniarono altri, come Baldassarri, mentre Romano, caparbio, negò il suo aiuto a fare chiarezza. Farà il bis, nel 2003, ignorando tre volte l'invito a presentarsi davanti alla Commissione d'inchiesta Telekom-Serbia. Un misto di superbia e di irresponsabilità.



Risultato: oggi, nessuno crede più che la prigione di Moro sia stata individuata dal piattino, alias bicchierino, alias posacenere di Zappolino. C'è unanimità, in ogni settore politico, sul fatto che Prodi abbia mentito. Il dc Andreotti ha detto: «Mai creduto alla questione dello spiritismo. Probabilmente è qualcuno di Autonomia operaia di Bologna che ha dato questa notizia». Il ds Pellegrino ha aggiunto: «Un chiaro espediente per fornire una notizia coprendone l'origine... che per me è negli ambienti dell'Autonomia universitaria di Bologna». Giovanni Galloni, seguace di Moro, si è indignato: «La seduta era un tentativo di fare una spiata. .. ma facendo di tutto per coprire la fonte». Galloni è stato anche vicepresidente del Csm, cioè del quartiere generale di quella magistratura che sulla vicenda fa le tre scimmiette da sei lustri.



Nessuno finora ha afferrato Prodi per la collottola ingiungendogli di dire la verità. Dormono le autorità, dorme la stampa e le illazioni infittiscono. L'ultima ipotesi, del gennaio 2005, è che ci sia lo zampino del Kgb sovietico. A suggerire Gradoli come prigione di Moro sarebbe stato un italiano al servizio di Mosca, tale Giorgio Conforti. Per coprire lui, sarebbe stata montata la seduta medianica, al cui centro c'è Prodi. Lo stesso Prodi che, bugiardo sospetto e reticente certo, vuole guidare l'Italia.

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#2   21 Marzo 2006 - 12:59
 
Andiamo Prodi, dicci dov'è il piccolo Tommaso,che la medium dell'altro giorno ci ha fatto dragare un fiume senza risultati e gli inquirenti brancolano nell'oscuro
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#3   21 Marzo 2006 - 17:11
 
Quelle consulenze all’IRI che Romano commissionò alla “sua” Nomisma


• da Il Giornale del 21 marzo 2006, pag. 5


di Giancarlo Perna

Sorretto per le braccia da Nino Andreatta, Prodi diventa professore ordinario dell'Ateneo di Bologna a 32 anni. Raggiunge il traguardo, ma nulla cambia nella sua vita. La facoltà è la stessa, Scienze politiche, che bazzica da un decennio come aspirante docente. Ottiene una stanza più grande, ma è sempre a un tiro di voce da Andreatta, pronto a correre a un suo richiamo. Estote parati, come un lupetto col capo scout.
Beniamino, questo il nome di Andreatta al fonte battesimale, lo aveva preso come assistente nel '63, promosso associato nel '66, imposto ordinario nel '71. Molto altro farà per lui, ma senza dargli più di tanto confidenza. Nonostante l'intreccio di interessi da cui erano uniti, Nino ha sempre dato e preteso il lei da Romano. Dispettoso per natura, inventava continui espedienti per marcare le distanze. Da ministro degli Esteri di Ciampi nel '93, non telefonava mai personalmente all'allievo, come usa tra parigrado, ma lo faceva cercare, come un sottoposto, dai telefonisti della Batteria, la segreteria generale del Palazzo politico. Prodi, che sedeva sullo scranno di presidente dell'Iri, inghiottiva senza fiatare, ma imbestialito assai.
A Romano fu assegnata la cattedra di Economia politica e industriale. La tenne ininterrottamente, dal '71 fino alle dimissioni, nel '99. Ventotto anni davanti a un'unica lavagna sono il segno o di una supremazia indiscutibile o di un'oasi che non fa gola a nessuno. «Prodi è rimasto sul piano accademico un isolato», ha scritto Nicola Matteucci che fu preside della facoltà di Scienze politiche. Come dire, Prodi ha vissuto indisturbato in una comoda nicchia. In altre parole, non è mai stato in corsa per il Nobel: era un praticone di cose industriali, appassionato del comparto piastrelle in Emilia Romagna. I titoli delle sue pubblicazioni nei primi lustri, sono indicativi: L'industria della ceramica per l'edilizia, La riconversione dell'industria italiana, Fusioni di impresa. Solo negli anni '90, afferrato dall'ambizione politica, cominciò a guardare più in grande e scrisse libri come Il capitalismo ben temperato e Un'idea dell'Europa. Ma sono ormai manifesti propagandistici, non più saggi accademici.
Romano come studioso ha il fiato corto. L'università inizia a andargli stretta quando Andreatta lo dirotta verso lo Stato, con una esperienza da ministro dell'Industria nel '78, e al parastato con la presidenza dell'Iri nell'82. Ma è a causa di un mal calcolato gesto di imperio che chiude con la carriera accademica, come ha rivelato una volta il preside Matteucci. Prodi aveva un allievo, Fabio Gobbo, che abbiamo già intravisto mescolato ai 17 della seduta spiritica di Zappolino. Volendo promuoverlo professore ordinario, Romano pretese di fare parte della giuria del concorso a cattedra e, battendo i pugni, lo impose. «Gobbo era un giovane serio - scrive Matteucci - ma allora non ancora scientificamente all'altezza di una cattedra: questo suscitò le violente proteste di tutta la corporazione degli economisti. .. Si preferì mettere tutto a tacere. Ma la carriera accademica di Romano Prodi era finita».
Fu così che voltò pagina e si mise in affari creando Nomisma, un istituto di consulenza economica con sede a Bologna, a due passi da casa sua. Nel nome, c'è il programma: Nomisma era la moneta aurea dell'impero bizantino, il dollaro di Costantinopoli. L'Istituto diventa la cassaforte del suo ideatore e trasforma Romano in un sontuoso contribuente che quando oggi discetta di povertà parla a orecchio. Anche in questo caso, l'ispirazione è andreattiana. Beniamino era un genio della consulenza. Negli anni '70, aveva fondato prima l'Arel, Agenzia di ricerche e legislazione, che, senza fini di lucro, dava consigli economici alla Dc, poi Prometeia che li dava, ma pronta cassa, a clienti danarosi. Nomisma era la pedissequa imitazione di Prometeia, ma destinata ad avere più successo dell'originale.
Il laboratorio di cervelli prodiano nasce il 21 marzo 1981 da un accordo con la Banca nazionale del lavoro che finanzia il progetto. Compito di Nomisma è fare ricerche sull'economia reale dell'Italia, lavorando soprattutto nell'interesse di Bnl. A capo della banca c'è Nerio Nesi che, con Prodi, è l'anima dell'operazione. Nesi è della sinistra Psi, come Prodi lo è della Dc. Sono entrambi bolognesi, interessati all'industria e in buoni rapporti. Nesi, che oggi è deputato della Rosa nel Pugno, ha lavorato negli ultimi anni per riappacificare Prodi con Fausto Bertinotti che sgambettò il suo governo nel '98.
Nomisma cresce subito tumultuosamente. Estende la sua clientela molto al di là della Bnl e diventa in breve la società intellettuale più in vista d'Italia, con una legione di teste d'uovo alle dipendenze. Prodi è il factotum e il presidente del Comitato scientifico, ossia supremo responsabile delle ricerche strapagate dai clienti. Quanto gli studi siano validi, è cosa discussa. Ma intanto le soddisfazioni sono molte, finché non accade un incidente.
Romano nell'autunno dell'82 diventa improvvisamente presidente dell'Iri con cui Nomisma aveva scambi fruttuosi. Frequente il passaggio di studiosi prodiani alle società irizzate per ricoprirvi cariche di presidenti o amministratori; numerose le società Iri clienti di Nomisma. Gli intrecci aumentano con l'arrivo del Nostro e le commesse per Nomisma si moltiplicano. Ce n'è quanto basta per ipotizzare l'interesse privato in atti di ufficio. Il pm romano Luciano Infelisi apre l'inchiesta sulla base di lettere anonime e di una interrogazione del deputato Staiti di Cuddìa. Emerge che Prodi, pur a capo dell'Iri, manteneva la presidenza del consiglio scientifico di Nomisma e che società Iri, Italstrade, Sip, Italsider, ecc., stipulavano contratti di ricerca miliardari «per favorire Nomisma e Prodi». Nell'85, Infelisi rinvia Romano a giudizio. Tre anni dopo, il giudice Mario Casavola lo proscioglie. Ma con motivazioni demolitrici.
La sentenza dà un quadro di Prodi e di Nomisma del più alto interesse.
Già prima dell'inchiesta, il Consiglio di amministrazione dell'Iri aveva censurato il suo presidente «per avere gestito le ricerche bolognesi quando committenti erano società Iri, senza avvertire il Cda». A ruota, la Corte dei conti aveva bacchettato l'Iri per il «ricorso a consulenze esterne quando aveva proprio personale in grado di assolvere gli stessi compiti». Osserva il giudice Casavola: «È indubbio che alcune commesse furono volute da Prodi per aiutare Nomisma che aveva bisogno di lavorare». Ma non ha commesso reato perché l'Iri, in quanto tale, «è rimasto sostanzialmente estraneo all'affidamento a Nomisma, anche se le società committenti sono a prevalente o esclusivo capitale Iri». Aggiunge: «L'idea che le commesse siano state affidate a Nomisma perché a chiederlo alle società collegate (Italsider, Sip, ecc.) era il presidente Iri è verosimile, ma non assume gli estremi del reato». Dunque, comportamento scorretto ma non punibile. Fosse stato direttamente l'Iri a stipulare le consulenze, il suo presidente, pubblico ufficiale, avrebbe commesso reato. Ma poiché a sottoscrivere i contratti con Nomisma erano state le singole e private spa Iri, il presidente dell'Istituto e proprietario di Nomisma è assolto. Un cavillo tipicamente giuridico.
Il seguito della sentenza fa il punto sull'efficacia delle ricerche prodotte dal brainstorming prodiano. «L'inchiesta ha consentito di dedurre... la scarsa attinenza delle consulenze agli scopi istituzionali delle società (Italsider, ecc.)... Una volta compiute, non sembra siano state lette e utilizzate». Casavola cita le testimonianze di diversi amministratori delegati delle aziende clienti, «nessuno dei quali ha ritenuto di leggere» i pensum di Nomisma e conclude: «Questi giudizi danno corpo a sospetti generalizzati di consulenze richieste a fini clientelari».
La sentenza ha una coda che riguarda un ricco contratto durato sei anni tra Nomisma e ministero degli Esteri. Un conquibus di circa sei miliardi alla società di Prodi (siamo nella seconda metà degli anni '80) per «monitorare» le economie di una ventina di Paesi. Anche stavolta Romano è assolto, ma il suo centro studi esce a pezzi. «La convenzione - scrive Casavola - riguardava un settore di ricerche nelle quali Nomisma non vantava alcuna competenza specifica. .. Nomisma ha formulato una duplicazione di strutture per consentirsi una duplicazione di introiti... Il Comitato scientifico, il Comitato metodologico, l'Osservatorio, richiamati nel frontespizio delle pubblicazioni, quasi a mostrare una struttura complessa e ramificata, sono in realtà la stessa cosa, con gli stessi ricercatori e con gli stessi compiti... Il compenso era previsto per la direzione scientifica e per coordinamento come se fossero realtà diverse... invece, sono sempre le stesse persone a operare». Un gioco delle tre carte che, per di più, produce studi da burla. «La ricerca - continua infatti il magistrato - era organizzata con la lettura di testi richiesti in prestito a biblioteche... e con contatti con il ministero degli Esteri (sic! Lo stesso che chiedeva lumi a Nomisma, ndr)... Gli aggiornamenti sono per due terzi ripetitivi...». Secondo un utente delle ricerche, il senatore Francesco Forte, «si trattava di documentazione invecchiata, superficiale, copiata su altre fonti ovvie, come enciclopedie e annuari statistici». Ma anche il giudizio dell'ambasciatore Bruno Cabras è significativo: «Confesso che le pubblicazioni della Banca mondiale e di altre organizzazioni avevano maggiore contenuto e autorità per cui gli studi di Nomisma erano di scarsa utilità». Questa assoluzione a denti stretti è stata accolta con euforia da Romano che da allora si vanta: «Sono stato ampiamente prosciolto in fase istruttoria».
Quell'«ampiamente» rispecchia la mancanza di senso critico dell'uomo che ha chiamato Unione un caravanserraglio.

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#4   08 Agosto 2006 - 17:56
 
il fatto e che si parla sempre del solito berlusconi....ma delle porcherie come queste non si ha mai la piena divulgazione dei fatti,prodi crede di avere le visioni dal celo,ma è solo coinvolto in una faccenda dove neanche al purgatorio riuscirà a sottrarsi da questo peccato
utente anonimo

#5   28 Agosto 2006 - 13:01
 
Perchè il signor Travaglio non si impegna a far luce su questa vicenda?
Giustamente viviseziona fatti e misfatti di Berlusconi con molteplici interessanti pubblicazioni.
Dovrebbe dedicare le sue capacità d'indagine ad un "mistero" così interessante e, da un certo punto di vista, inquietante.
Secondo Travaglio, eravamo governati da un uomo "poco trasparente".

Ora invece?

utente anonimo

#6   26 Ottobre 2006 - 14:40
 
La seduta spiritica era un gioco cui parteciparono i bambini secondo la deposizione di quella brava persona di Prodi...era un gioco o almeno considerato tale anche il sequestro di Moro??, evidentemente sì, altrimenti per quale motivo chiedere, 'davanti ai bambini', dove fosse tenuto prigioniero?, e se era un gioco per quale motivo correre a raccontare il 'repsonso' ai quattro venti?, ed in virtù di quale distorto metodo educativo si consente ai bambini di partecipare a 'giochi' che potrebbero turbarli?, ritengo che l'Italia sia affidata ad un uomo dalle idee confuse, oltreché ad un ipocrita arrogante.
utente anonimo

#7   07 Agosto 2007 - 21:29
 
questa mortadella d'uomo ha la faccia come il dietro dela maiale dal quale deriva. Queste due tra le tante malefatte da lui commesse fanno capire di che lurido gosino stiamo parlando. Si presenta come un agnellino e ne ha commesse di tutti i colori, coperto dalle sporche amicizie politiche pronte a lavarsi le mani gli uni con gli altri. maledetti.....speriamo che da qualche parte ci sia un la giustizia che meritano questi lestofanti in affari per fregare il prossimo - poi quella cornacchia di padoa schioppa (speriamo che esploda) cerca i soldi ha chi non ne può più di pagare
utente anonimo

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