L’ORIGINE DEL MONOLOGO INTERIORE (QUANDO TRA VOI E VOI RIMUGINATE UNA PORCA MADONNA)
Il flusso di coscienza è come uno strip tease, e non l’ha inventato Joyce
E’ una iattura e una sciagura, quando finisce nelle mani dei dilettanti. E’ il vestito nuovo del modernismo, sfoggiato da chiunque si senta in dovere di fare i conti con James Joyce, e pazienza se non sempre gli imitatori sono della stessa taglia.
E’ il monologo interiore, o flusso di coscienza: pensieri in libertà, riprodotti come vengono, liberi dalle gabbie del dialogo o dall’impalcatura delle descrizioni. E’ l’estrema frontiera del realismo, praticato senza rete di protezione. Ed è il più riuscito furto con destrezza della letteratura.
Come la lettera rubata di Poe, invisibile perché collocata ad altezza d’occhio, “I lauri senza fronde” di Edouard Dujardin faceva bella mostra di sé nelle librerie parigine dal 1887. Lo avevano letto in pochi, come si conviene a un libriccino cresciuto all’ombra del movimento simbolista, scritto da un giovanotto innamorato della musica di Wagner e tenutario di una rivista che propugnava l’opera totale, capace di innestare una sull’altra tutte le arti (progetto gigantesco nelle ambizioni, quanto misero nei risultati, capita spesso). Ebbe il suo quarto d’ora di celebrità una mattina del 1903, quando Joyce comprò una delle 420 copie del volumetto all’edicola di una stazione. Il seme diede frutti una quindicina di anni dopo. I primi frammenti pubblicati dell’“Ulisse” adottavano la tecnica di Dujardin, che in un centinaio di paginette raccontava la serata primaverile – cena, teatro, passeggiate sui boulevard, assiduo corteggiamento di un’attricetta del varietà, per farla cedere e poi fieramente ritrarsi – trascorsa da uno studente parigino, tale Daniel Prince. In presa diretta: senza un narratore che mettesse un po’ d’ordine. Brandelli di pensiero non sempre nobilissimi (del resto non lo saranno neppure quelli di Leopold Bloom, per non parlar di Molly), ma ben al riparo dai colpi di mannaia che un romanziere di solida formazione ottocentesca avrebbe assestato alla materia.
Soldi in tasca non ce n’è, quindi la scelta del ristorante è tutta un rimuginare: “Sarebbe il caso di andare alla trattoria Duval; al caffè si mangia meglio però, e la differenza dei prezzi non è grande; non che alla trattoria si stia male: meno comodamente, ma si mangia bene anche lì; beh, mi offro il lusso di andare al caffè”.
Il flusso di coscienza in versione Dujardin marcia al ritmo dei punti e virgola (Joyce perfezionerà la tecnica passando al punto, oppure al niente). Quando uno nasce simbolista, resta simbolista per tutta la vita, quindi spesso le pagine rasentano il più dilettevole kitsch: “Sì, la sua femminilità; e il profondo mistero del suo sesso nell’amore; lussuriosamente, oh demoniacamente, quando sotto il dominio virile le forze della carne si liberano dell’abbraccio, e l’acre e terribile ebbrezza sale…”.
La signora Molly Bloom farà giustizia, certificando che il delirio erotico risente dello spirito del tempo: il cuore, o il culo, messi a nudo, vengono immediatamente rimpannucciati con l’estetica in voga. Con buona pace di chi, armato del monologo interiore, pretende vicinanza a qualche eterna e immutabile verità. Le storie letterarie, organizzate come uno spogliarello progressivo, annunciano capitolo dopo capitolo il nuovo standard, più avanzato del precedente. Poi uno va a leggersi i sonetti di William Shakespeare, e quando li trova meno invecchiati di ogni altro discorso amoroso, butta via per sempre senza rimpianti l’idea di letteratura come strip tease.
In una conversazione con Valéry Larbaud, Joyce confessò subito il furto. Nessuno gli credette, tutti pensarono a una boutade, e addirittura al pensiero perverso di un genio che giocò a fabbricarsi un precursore, non avendone nessuno. Anche a valle, tra i seguaci, non ci sono certezze. Virginia Woolf – a Joyce vicina più di ogni altro, anche se lo ammetteva a denti stretti – bocciò l’“Ulisse” come “il lavoro di uno studentello malaticcio che si gratta i brufoli”. Mentre Proust, l’altro cerbero che presidia il Novecento, provocando incubi a chiunque voglia prendere la penna in mano, con la frammentarietà del flusso di coscienza ha poco da spartire. La sua prosa, cesellata e rifinita, si regge su una sintassi di ferro, con subordinate a cascata. Niente a che vedere con “l’istante preso alla gola” caro a Mister Joyce e a Monsieur Dujardin. Nel 1927, il francese cercò di riprendersi quel che era suo. Con un saggio scritto in terza persona – come e perché del monologo interiore – che non ebbe più successo del romanzetto.
