
Di molte cose avremmo potuto parlare salvo, per eleganza, di una. Di Luca Cordero, del nudo, delle foto del giorno. Non intendiamo infatti che eventuali polemiche col presidente di Confindustria possano cadere nella banalità e nella volgarità del pecoreccio. Sul presidente, dunque, un’unica considerazione. Senza personalmente conoscerlo, sentivamo sempre dire di lui: “Non capisce un cazzo, guarda che non capisce un cazzo”. Conosciamo, da ieri, le notevoli dimensioni del problema.

Consigli per i traditori

E comunque:
Affinché si possa parlare di tradimento vi devono essere delle aspettative razionali ed emotive di lealtà, oltre che relazioni ed interazioni basate sulla fiducia. Il tradimento si presenta dunque come un evento del tutto inatteso, in seguito al quale i rapporti tra traditore e tradito e l’immagine individuale, non saranno più gli stessi, ma verranno ridefiniti in base a quell’evento

L’ORIGINE DEL MONOLOGO INTERIORE (QUANDO TRA VOI E VOI RIMUGINATE UNA PORCA MADONNA)
Il flusso di coscienza è come uno strip tease, e non l’ha inventato Joyce
E’ una iattura e una sciagura, quando finisce nelle mani dei dilettanti. E’ il vestito nuovo del modernismo, sfoggiato da chiunque si senta in dovere di fare i conti con James Joyce, e pazienza se non sempre gli imitatori sono della stessa taglia.
E’ il monologo interiore, o flusso di coscienza: pensieri in libertà, riprodotti come vengono, liberi dalle gabbie del dialogo o dall’impalcatura delle descrizioni. E’ l’estrema frontiera del realismo, praticato senza rete di protezione. Ed è il più riuscito furto con destrezza della letteratura.
Come la lettera rubata di Poe, invisibile perché collocata ad altezza d’occhio, “I lauri senza fronde” di Edouard Dujardin faceva bella mostra di sé nelle librerie parigine dal 1887. Lo avevano letto in pochi, come si conviene a un libriccino cresciuto all’ombra del movimento simbolista, scritto da un giovanotto innamorato della musica di Wagner e tenutario di una rivista che propugnava l’opera totale, capace di innestare una sull’altra tutte le arti (progetto gigantesco nelle ambizioni, quanto misero nei risultati, capita spesso). Ebbe il suo quarto d’ora di celebrità una mattina del 1903, quando Joyce comprò una delle 420 copie del volumetto all’edicola di una stazione. Il seme diede frutti una quindicina di anni dopo. I primi frammenti pubblicati dell’“Ulisse” adottavano la tecnica di Dujardin, che in un centinaio di paginette raccontava la serata primaverile – cena, teatro, passeggiate sui boulevard, assiduo corteggiamento di un’attricetta del varietà, per farla cedere e poi fieramente ritrarsi – trascorsa da uno studente parigino, tale Daniel Prince. In presa diretta: senza un narratore che mettesse un po’ d’ordine. Brandelli di pensiero non sempre nobilissimi (del resto non lo saranno neppure quelli di Leopold Bloom, per non parlar di Molly), ma ben al riparo dai colpi di mannaia che un romanziere di solida formazione ottocentesca avrebbe assestato alla materia.
Soldi in tasca non ce n’è, quindi la scelta del ristorante è tutta un rimuginare: “Sarebbe il caso di andare alla trattoria Duval; al caffè si mangia meglio però, e la differenza dei prezzi non è grande; non che alla trattoria si stia male: meno comodamente, ma si mangia bene anche lì; beh, mi offro il lusso di andare al caffè”.
Il flusso di coscienza in versione Dujardin marcia al ritmo dei punti e virgola (Joyce perfezionerà la tecnica passando al punto, oppure al niente). Quando uno nasce simbolista, resta simbolista per tutta la vita, quindi spesso le pagine rasentano il più dilettevole kitsch: “Sì, la sua femminilità; e il profondo mistero del suo sesso nell’amore; lussuriosamente, oh demoniacamente, quando sotto il dominio virile le forze della carne si liberano dell’abbraccio, e l’acre e terribile ebbrezza sale…”.
La signora Molly Bloom farà giustizia, certificando che il delirio erotico risente dello spirito del tempo: il cuore, o il culo, messi a nudo, vengono immediatamente rimpannucciati con l’estetica in voga. Con buona pace di chi, armato del monologo interiore, pretende vicinanza a qualche eterna e immutabile verità. Le storie letterarie, organizzate come uno spogliarello progressivo, annunciano capitolo dopo capitolo il nuovo standard, più avanzato del precedente. Poi uno va a leggersi i sonetti di William Shakespeare, e quando li trova meno invecchiati di ogni altro discorso amoroso, butta via per sempre senza rimpianti l’idea di letteratura come strip tease.
In una conversazione con Valéry Larbaud, Joyce confessò subito il furto. Nessuno gli credette, tutti pensarono a una boutade, e addirittura al pensiero perverso di un genio che giocò a fabbricarsi un precursore, non avendone nessuno. Anche a valle, tra i seguaci, non ci sono certezze. Virginia Woolf – a Joyce vicina più di ogni altro, anche se lo ammetteva a denti stretti – bocciò l’“Ulisse” come “il lavoro di uno studentello malaticcio che si gratta i brufoli”. Mentre Proust, l’altro cerbero che presidia il Novecento, provocando incubi a chiunque voglia prendere la penna in mano, con la frammentarietà del flusso di coscienza ha poco da spartire. La sua prosa, cesellata e rifinita, si regge su una sintassi di ferro, con subordinate a cascata. Niente a che vedere con “l’istante preso alla gola” caro a Mister Joyce e a Monsieur Dujardin. Nel 1927, il francese cercò di riprendersi quel che era suo. Con un saggio scritto in terza persona – come e perché del monologo interiore – che non ebbe più successo del romanzetto.
Nuovi nemici: la shoppamica
Gli uomini facciano gli uomini, no ai centri commerciali il sabato (tanto lei, dopo, non te la darà)
Bisogna che gli uomini si comportino da uomini. E un uomo a cui piace passare il tempo libero in un centro commerciale a fare shopping, un uomo che si rilassa davanti alle vetrine è il segno di qualcosa che non va (e in effetti in Inghilterra raccontano quanto David Beckham sia preoccupato per le zampe di gallina attorno agli occhi e che stia cercando di eliminare per sempre le occhiaie). E’ora di cambiare, è ora di riprendere in mano l’istinto maschile.
Un uomo che pretende di divertirsi passando una giornata nei negozi – come un uomo entusiasta di andare a un appuntamento in una galleria d’arte – sta semplicemente sperando di riuscire a fare sesso. Solo che, purtroppo, molte donne preferiscono lo shopping al sesso. La loro giornata ha già raggiunto il massimo prima che tornino a casa (le gallerie d’arte danno ancora un po’ di speranza, grazie alla preferenza accordata delle adultere seriali)”. Un uomo che odia fare acquisti il sabato non è, come molte pubblicità cercano di insinuare, un asociale disturbato: andiamo al pub, andiamo a prenderci un caffè, andiamo a fare un giro in moto, invitiamo gli amici a casa, facciamo un bambino, andiamo in campagna, al mare, facciamo qualunque cosa ma, ti prego, non trasformarmi in una borsa da shopping.
Ed ecco alcune delle regole anti shopping (per uomini, ché alle donne non servono certi manualetti e sanno benissimo cosa comprare: tutto, sempre, ovunque).
1) L’abilità di andare a fare shopping senza comprare nulla può essere doppiamente soddisfacente se riesci a trovare qualche obiezione morale a un prodotto o alla sua nazione di origine (questa tattica funziona alla grande per gli intellettuali caduti in disgrazia).
2) Quando trovi qualcosa che ti piace veramente, la volta in cui andrai a comprarla l’avranno già ridisegnata oppure sarà uscita di produzione oppure il negozio che la vende avrà chiuso.
3) Quando finalmente avrai capito com’è organizzato un grande negozio, loro avranno rimescolato tutti i settori e tu non riuscirai a trovare niente.
4) Quando paghi qualcosa un sacco di soldi, d’impulso, sappi che la troverai nel giro di due mesi in una svendita vantaggiosissima.
5) Quando rimandi l’acquisto di un oggetto per pensarci sopra un altro po’, non lo troverai mai più. Al massimo, comprerai qualcosa di non così buono ma molto più caro.
6) Quando ti arrabbi con un commerciante vicino a casa, pensaci prima di dirgli che non rimetterai mai piede nel suo negozio. Passerai anni a macinare chilometri in negozi lontanissimi, prima dell’umiliante ritorno, per poi scoprire che il tizio ha lasciato il negozio molto tempo fa.
7) L’ultima cosa che serviva all’umanità era un’ampia scelta di suonerie per il cellulare.
[......]
No, non hai bisogno di un’altra carta di credito.
No, non ti serve nessuna tessera fedeltà.
Sì, il tuo vecchio stereo funziona ancora alla grande.
Sei un uomo, hai un sacco di cose interessanti da fare: cacciare, pescare, scalare le montagne, andare a cavallo, fare la lotta libera, accendere il fuoco coi legnetti, corteggiare una donna. Senza accompagnarla nei centri commerciali: non ne ha bisogno e i maschi, si sa, sono soltanto d’intralcio. Meglio a casa, sdraiato sul divano, asociale disturbato che legge un manuale di auto-aiuto.

Non già “una lobby ebraico-radical chic”, ma “una lobby massonico-radical chic”: don Pierino corregge il tiro, dopo il lapsus. Ma un lapsus è un lapsus, anche a non voler scomodare lo psicologo: don Pierino ha 82 anni e ai tempi in cui era un seminarista la pubblicistica cattolica faceva vanto di un antisemitismo bello tosto, teologico se non razziale, e qui glien’è evidentemente scappato un riverbero. Un riverbero di gioventù, via, potrà ben essere scusato a un così amabile vecchietto, no?
La questione, piuttosto, è un’altra: di qualunque tipo sia, se esiste, questa lobby di cui parla don Pierino è davvero responsabile di quello che – de facto – sarebbe un complotto? In altri termini: don Pierino ne ha le prove o lancia accuse tanto per lanciarle? Per esempio: quando dice che i suoi accusatori “probabilmente hanno trovato qualche giudice anticlericale”, parla per parlare o ha elementi seri per muovere così grave sospetto sull’imparzialità della magistratura? Dice: “Certo, ho incontrato giudici splendidi, ma ci sono anche giudici mascalzoni che pur di finire in prima pagina fanno soffrire ad arte la gente”. Starà mica insinuando che la magistratura italiana si sia fatta strumento di quella “lobby che sicuramente combatte la Chiesa su tutti i fronti”? Sarebbe un’accusa grave, almeno quanto quella che si muove a lui.
E, in mezzo a tante voci di garantisti prontamente sorti a dire (uno per tutti, Daniele Capezzone) “io, da laico, difendo don Gelmini con piena convinzione”, ne vorremmo sentire almeno una in favore del pm, così, giusto per presumerlo innocente, fino a prova contraria, di complotto anticlericale. Si parla tanto di parità tra accusa e difesa: non vorremmo che significasse l’automatica delegittimazione dell’accusa, quando la difesa difende un prete. “Probabilmente hanno trovato qualche giudice anticlericale”: lo avesse detto i difensori della diocesi di Los Angeles, sarebbero stati sbattuti fuori dal tribunale per oltraggio alla Corte.
Appendice
“Ci sono anche giudici mascalzoni che pur di finire in prima pagina fanno soffrire ad arte la gente”
don Pierino Gelmini, Corriere della Sera, 5.8.2007
Non parliamo, poi, dei giornalisti.
“Era il 13 novembre 1969 quando i carabinieri lo arrestarono per la prima volta, nella sua villa all’Infernetto, zona Casal Palocco, alla periferia di Roma. E già all’epoca fece scalpore che questo sacerdote avesse una Jaguar in giardino. […] I freddi resoconti di giustizia dicono in verità che fu inquisito per bancarotta fraudolenta, emissione di assegni a vuoto, e truffa. Lo accusarono di avere sfruttato l’incarico di segretario del cardinale [Luis Copello] per organizzare un’ambigua ditta di import-export con l’America Latina. E restò impigliato in una storia poco chiara legata a una cooperativa edilizia collegata con le Acli che dovrebbe costruire palazzine all’Eur. La cooperativa fallì mentre lui rispondeva della cassa. Il giudice fallimentare fu quasi costretto a spiccare un mandato di cattura. Don Pierino, che amava farsi chiamare «monsignore», e per questo motivo si era beccato anche una diffida della Curia, sparì dalla circolazione. Si saprà poi che era finito nel cattolicissimo Vietnam del Sud dove era entrato in contatto con l’arcivescovo della cittadina di Hué. Ma la storia finì di nuovo male: sua eminenza Dihn-Thuc, e anche la signora Nhu, vedova del Presidente Diem, lo denunciarono per appropriazione indebita. Ci fecero i titoloni sui giornali: «Chi è il monsignore che raggirò la vedova di Presidente vietnamita». Dovette rientrare in Italia. Però l’aspettavano al varco. Si legge su un ingiallito ritaglio del Messaggero: «Gli danno quattro anni di carcere, nel luglio del ‘71. Li sconta tutti. Come detenuto, non è esattamente un modello e spesso costringe il direttore a isolarlo per evitare “promiscuità” con gli altri reclusi». […] Nel 1976, quando queste vicende sembravano ormai morte e sepolte, e don Pierino aveva scontato la sua condanna, nonché trascorso un periodo di purgatorio ecclesiale in Maremma, lo arrestarono di nuovo. Questa volta finì in carcere assieme al fratello, ad Alessandria, per un giro di presunte bustarelle legate all’importazione clandestina di latte e di burro destinati all’Africa. Si vide poi che era un’accusa infondata”
Francesco Grignetti, La Stampa, 5.8.2007 [*]