Evitate di tenere diari (o blogs)

Evitate di tenere diari. E’ il fondamentale consiglio di Raoul Lionel Feder, il più famoso divorzista d’America. Può bastare a tenersi stretta una famiglia, un matrimonio, una vita intera.
Evitate di lasciare traccia dei fatti vostri: scontrini, estratti conto, ricevute spedite a domicilio, conchiglie raccolte in riva al mare con qualcun altro. Soprattutto telefonini. Felder ha settantadue anni, è uno fra gli uomini più ricchi di Manhattan e scriverà una biografia di New York attraverso i matrimoni sfasciati o ricomposti, trecento casi all’anno e spesso la necessità di provare che il testimone di nozze ha avuto una relazione con la sposa. Si può raccontare una città e un intero pianeta mettendo in fila le storie di famiglia, e Felder vive di famiglie fin da quando Robert Kennedy era ministro della Giustizia. Un solo modo al mondo, quindi, per non divorziare: non lasciare prove. “Scrivono una data e poi usano codici come WABNE, che significa Waldorf Astoria. Best Night Ever. La migliore notte in assoluto. Non fatelo!”.
Non fatelo a meno che non vogliate farla finita, farvi beccare, godervi una vendetta, fuggire con la badante, diventare gay o dare un ricevimento di divorzio (a New York vanno molto di moda).
Roberto cancellava sempre tutte le chiamate, ricevute ed effettuate, svuotava il portafoglio dagli scontrini, non lasciava mai niente dentro le tasche delle giacche. “Una fissazione per l’ordine, non una strategia di inganno”.
Lei poi non è nemmeno gelosa, hanno fissato il giorno delle nozze (una cosa veloce in Comune solo loro due e quattro testimoni da chiamare all’ultimo momento, per evitare discese di parenti, banchetti, rotture di ogni genere: mezz’ora e poi di nuovo a lavorare, a sera le telefonate ai genitori in lacrime),
si sposano perché aspettano un bambino, una femmina. Trent’anni, una casa piccola in affitto, tutte le sere insieme, le vacanze insieme, mai un casino. “Volevo i figli con lei, la tivù con lei, le rughe con lei”. Una volta soltanto, tre mesi prima, Roberto era a Verona da solo e dopo il lavoro andò a cena con una ex fidanzata, quella dell’università, quella che lo aveva mollato per un altro e comunque lui non ci aveva fatto mai un dramma. Niente di speciale, una cena amichevole, “non ne avevo neanche voglia ma non avevo scuse pronte”. Lei aveva esagerato col Negroni, forse all’inizio era nervosa, al ristorante disse una montagna di sciocchezze e lo fece ridere, dopo cena “era così evidente che ci stava che mi sentivo frocio a non provarci”. E’ andata così, veloce, non memorabile, nessuno cercava qualcosa e la ricevuta del ristorante venne buttata nel cestino della spazzatura, chiamate da cancellare non ce ne furono nemmeno. Succede, lei comunque partiva il giorno dopo per l’Inghilterra, un nuovo lavoro e massima disinvoltura nel salutarlo e dirgli di non sentirsi in colpa, “è tutto come prima”. Ora che Roberto ha sposato la sua ragazza, e hanno dovuto fare per forza un piccolo rinfresco per i genitori, ma era ancora estate e si sono ritrovati tutti un sabato al mare, è stato perfino bello, ora che è tutto a posto e lei sta per partorire (vuole farlo in acqua perché s’illude di sentire meno male, ha letto dei libri e si è convinta),
adesso il casino è scoppiato. Casino enorme e assoluto. Casino da divorzio, casino da accoltellamento (molto più di Giovanna Mezzogiorno nell’“Ultimo bacio”, che all’epoca stava insieme sul serio a Stefano Accorsi e infatti fu perfetta nell’interpretazione di una scena isterica da tradimento svelato). “Pronto, scusa, sono io, sono a Londra”. “Ah ciao, come va? Eri scomparsa: ti ho scritto una mail per dirti del matrimonio, forse non hai ricevuto” .“Senti, c’è una cosa” .“Cosa” (lui dice che a quel punto aveva già i sudori freddi, temeva che lei si fosse innamorata, meditasse ricatti sentimentali, conigli a bollire come in “Attrazione fatale”). “Sono incinta. Cazzo”. Il mondo addosso. La fine di tutto. Una cosa talmente enorme da non trovare nemmeno un film a cui aggrapparsi, un romanzo col lieto fine, un sorriso per non svenire. (C’è sempre “Casalinghe disperate”, certo, Lynette, quattro bambini, scopre che il marito ha un’altra figlia, una ragazzina preadolescente da una relazione antica e sepolta, precedente a lei: storia nemmeno paragonabile e comunque massacrante.)
La ragazza non ha pensato neanche un secondo a non tenere il bambino (“ma resto a Londra e non ti rovino la vita”), lui per un millesimo d’istante ha sperato di poter continuare a tacere con sua moglie. Inventare viaggi di lavoro, aprire un altro conto. Assurdo. Gliel’ha detto di mattina presto, tremando, piangendo, giurando. Lei ha detto solo: “Ti odio” ed è sparita per una settimana, telefono spento, genitori muti e ostili, amiche indiavolate (una l’ha visto fermo a un semaforo una mattina e ha tirato un calcio alla macchina). “Credevo che sarei morto, ci ho pensato lo giuro: mi ammazzo e mi levo di torno”. Però invece è successa una cosa miracolosa, una cosa di pance che si parlano, di vita che s’impone, una cosa che senza bisogno di essere femministe dimostra che le femmine sono più fiche. Le due ragazze si sono incontrate, hanno parlato (ma Roberto non sa cosa si sono dette, loro non glielo vogliono raccontare, lui ha giurato di non azzardarsi mai più a chiedere)
e hanno deciso che alla fine del mondo manca ancora un po’ di tempo, hanno deciso che ce la devono fare. Le bambine (tutte e due femmine, tutte e due dello stesso anno) avranno lo stesso cognome, e magari un giorno una insegnerà l’inglese all’altra. La prossima estate faranno tutti le vacanze insieme in una casa al mare in Italia e cercheranno di limitare i danni. “Per fortuna lei ha già un fidanzato, un inglese che non si scandalizza, per fortuna mia moglie con la gravidanza ha tirato fuori una forza che non conoscevo, un’idea del mondo che non sapevo avesse, e quando le viene voglia di uccidermi, perché le viene, mi guarda fisso e ripete:
tu sei uno stronzo ma noi siamo una famiglia. Se non avesse avuto una figlia nella pancia non avrei avuto speranze, so che adesso devo fare l’impossibile per rimediare, per non far soffrire, soprattutto per essere un padre doppio e decente”. Sono andati a Londra quando è nata la bambina (è stato un parto difficile con cesareo d’urgenza dopo una notte di travaglio, la bambina è uscita che era blu), e le due madri si sono parlate, senza scene fasulle da famiglia disinvolta e serena ma, ha detto Roberto, con delicatezza.
“Siamo una famiglia” è qualcosa che non serve aver pensato prima, non importa quante idee di libertà girino in testa, quanto sia tutto ugualmente bello e accettabile e giusto, quanto siano fondamentali gli amici, i pranzi della domenica, gli appartamenti condivisi e la vita insieme così stretta e allegra che vien da pensare: anche questa è una famiglia, che differenza fa.
“Siamo una famiglia” è qualcos’altro, è un filo d’acciaio che si arrotola addosso a un certo punto e non ti lascia più, fa fare cose che non avresti detto mai, c’è dentro un figlio e quando c’è, c’è per sempre. Anche se è tutto molto veloce, anche se nella maggior parte dei casi, racconta l’avvocato americano che ha fatto fortuna coi divorzi, “a scuola per ogni studente compaiono due numeri e indirizzi diversi, uno per il padre e uno per la madre. Il modello familiare riconosciuto è molto cambiato. Rispetto agli anni Cinquanta c’è una differenza fondamentale: non si cerca più di salvare il matrimonio a tutti i costi, per il bene della famiglia. E’ un concetto sorpassato. Si cerca piuttosto di salvaguardare il proprio benessere, e quello viene misurato con parametri diversi a seconda dei casi: autostima, felicità, patrimonio”. Così si fanno i prenup, accordi prematrimoniali, e i postnup, che vengono firmati a nozze avvenute. Ci si sposa organizzando il divorzio. “Ecco, se devo pensare a una vittima nell’evoluzione del divorzio, è il romanticismo. Ormai è un circo di contabili e clausole, e l’avvocato divorzista è il direttore del circo”.
Schiacciare il dentifricio dalla parte sbagliata, ammonticchiare i giornali vecchi dappertutto, fumare in casa, nascondere il telecomando, rovinare i golf di cachemire in lavatrice, mangiarsi le unghie davanti alla tivù, dimenticarsi di rimettere la bottiglia d’acqua in frigo non è normale guerra coniugale, è un attentato all’autostima, alla felicità, al patrimonio, è “lo choc permanente fra due microculture”, come dicono i sociologi alla moda, frantuma il “bene della famiglia” e si placa solo col divorzio.
Il bene della famiglia è non dimenticarsi il telefono a casa quando si va fuori città per lavoro. Sergio l’ha fatto, a sessant’anni si cominciano a perdere colpi, a sessant’anni nessuna seconda giovinezza li salverà. Telefono sul tavolo della cucina, acceso. Moglie indaffarata che lavora da casa, corregge i compiti in classe di matematica dei suoi studenti, se ne strafrega di quel cellulare, non la sfiora il pensiero di prenderlo in mano, stasera quando lui la chiamerà dirà a Sergio che è il solito rincoglionito. Ma il telefono comincia a vibrare. Un messaggio, due, tre, uno di seguito all’altro. Che palle, forse lo devo avvertire, magari è importante, vediamo chi è. Quello, del resto, è il telefonino da lavoro, agente immobiliare. “Amore mio mi manchi da morire, appena puoi chiamami che non resisto” e, visto che lui non poteva rispondere, altri due messaggi finto gelosi con nomignoli irripetibili, punti esclamativi e faccine sorridenti. Ovviamente lei era la segretaria dell’agenzia immobiliare. Venticinque anni di meno e grandi speranze. “Ovviamente la conoscevo benissimo, le avevo fatto anche un regalo quando le è nato un bambino”. A sessant’anni la certezza di venire prese per cretine già da un po’ non fa meno male, non si è così sagge da compatire gli sprazzi di gioventù di un marito che, oltre ad avere la maggior parte dei denti ricostruiti, quasi certamente si tinge i capelli (“almeno questo, giuro, non lo voglio sapere”). Si fece un pianto e un bicchierino, poi lo chiamò sull’altro telefono e gli rovinò la giornata e tutta la settimana, “spero di avergli rovinato il resto dell’anno”. Divorzio, cercarsi casa, valigie, sputtanamento generale, serratura da cambiare, avvocato che ti rovinerà, figli a cui raccontare tutto, città che gli ride alle spalle, figura da coglione, vai a vivere con la tua segretaria ed esci la sera coi suoi amici. “Forse Sergio voleva tenere il punto, voleva rivendicare il suo diritto alla crisi e allo sbandamento dopo trent’anni di matrimonio, forse ci credeva perfino, all’euforia di una vita rinnovata accanto a una donna più giovane, ma quando gli ho urlato la cosa degli amici con cui uscire la sera è crollato. Ha gridato che quella era una pazza, una mitomane, una persecuzione, che l’aveva adescato e lui non ne poteva più, anzi guarda se ho lasciato il telefono sul tavolo il motivo c’era”. Ha trovato lavoro in un’altra agenzia alla segretaria lacrimante, ci ha messo un quarto d’ora e ha cambiato numeri di telefono. Ha chiesto scusa, ha detto che mai più uno stress del genere, lei non l’ha perdonato ma l’ha fatto rientrare in casa, riservandosi l’ultima parola. “Gira per le stanze con il terrore negli occhi, lo vedo, il terrore di ritrovarsi all’improvviso libero: non lo lascio, mi fa troppa pena”.
In nessun altro posto al mondo ci sono storie così, in nessun luogo ci sono tanti segreti e tanti lanci di piatti, più tanto cemento testardo e ballista a tenere insieme tutto. Ora c’è una nuova fantastica serie americana per la tivù, prodotta dalla Abc: “Brothers and sisters, segreti di famiglia”, la storia di una famiglia numerosa, moderna e apparentemente perfetta di Los Angeles. Il padre muore nella prima puntata (domani va finalmente in onda la seconda), infarto secco e scivola in piscina, lascia un’azienda in difficoltà, una moglie democratica e battagliera con cui ancora si baciava con passione davanti ai ragazzi, e cinque figli grandi: la repubblicana (Calista Flockhart, quella di Ally McBeal) che forse sta per sposarsi e più probabilmente sta per pentirsi della guerra in Iraq, l’omosessuale democratico, il single tornato dall’Afghanistan, la moglie in terapia di coppia, l’uomo d’affari. Un intero mondo dentro una grande casa dove tutti hanno molti casini, molti contrasti, molte cose che non si sono mai detti, molti segreti. Calista torna a Los Angeles dopo tre anni di silenzio ostile con sua madre (che la chiama, davanti agli altri figli, “la nostra Margaret Thatcher”): tra loro c’è un violento disaccordo politico e forse qualcos’altro, si incontrano ma non riescono a dirsi nulla, continuano a non capirsi. Però il sangue vince e la famiglia prende il sopravvento. In cucina, con gli occhi lucidi e i piatti sporchi: “Noi litighiamo, sì, noi litighiamo: non è la fine del mondo, torna a casa”.
Annalena Benini