Hommes rèvoltè
Utente: rivoltoso
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Legge 07/03/2001 n. 62 Ehi tu! Si, tu! Penserai mica che queste minchiate siano un prodotto editoriale, vero? Ah,mi pigli per scemo,eh? Pensi che non mi bastino 21 giorni di arresti domiciliari che mi sono fatto per aver scritto sul mio vecchio blog,eh? Controlla per benino, e scoprirai che questo blog viene aggiornato senza alcuna periodicità. Se non sapevi che, privo di questo requisito, un blog non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge 62 del 7/3/2001, informati meglio! Comunque,le immagini pubblicate sono quasi tutte tratte da internet e quindi valutate di pubblico dominio: qualora il loro uso violasse diritti d'autore, l'autore suddetto me lo dica,che le rimuovo subito(non ho intenzione di pagare un euro). Si avvisano altresì gli utenti(soprattutto ragazze borderline particolarmente permalose e dalla denuncia facile e menzognera) che qualunque messaggio ritenuto eccessivamente volgare e/o offensivo nei confronti di altri utenti o del tenutario sarà insindacabilmente cancellato.
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postato da TheJenks alle ore 11:56
mercoledì, 31 gennaio 2007

The Good The Bad And The Queen

 
Con i Gorillaz - temporaneamente? - congelati e i Blur in odore di gran ritorno (sì, pare che Graham sarà della partita), Damon Albarn intanto si rifà vivo con un gruppo e un disco il cui titolo riecheggia epopee western ed english life d’altri tempi.

Un progetto nuovo di zecca? Non esattamente: tutto nasce da un vecchio viaggio in Nigeria insieme a Simon Tong - dai Verve a quarto Blur nei live del dopo-Coxon, nonché collaboratore della cartoon band - per registrare con Tony Allen (batterista di Fela Kuti) e altri musicisti del luogo; ma il risultato non convince. Ci vorranno giusto due incontri affinché la nuova creatura prenda vita: prima re Mida Danger Mouse (già dietro Demon Days), poi nientemeno che Paul Simonon, insieme al quale matura l’idea di un concept legato a West London (zona in cui il Nostro è cresciuto e l’ex Clash fa il pittore) e all’essere inglesi oggi. A tredici anni dal quadretto giovanile mid-90s di Parklife, guarda un po’

Ed ecco quindi The Good, The Bad And The Queen, nome che anzitutto battezza un album che, concettualmente, potrebbe essere il nuovo The Queen Is Dead. O meglio, una sua versione meno sferzante e satirica, che si serve piuttosto di ricordi personali ed invenzioni letterarie per compiere un’amara riflessione sull’Inghilterra di oggi: una nazione alla ricerca di un’identità, persa tra le mille sfaccettature della mescolanza etnica e i problemi e le contraddizioni dei giorni nostri.

Come in Kingdom Of Doom, che si interroga sull’attualità di un Paese che non sa ammettere le proprie responsabilità; o nel mood welleriano di A Soldier’s Tale, riflessione sulla guerra, tra Iraq e Afghanistan, con citazione western morriconiana (e si ritorna al titolo del disco, dove il Cattivo risulta alla fine essere anche The Queen).

Così Damon pesca, assembla, strappa e ricuce brandelli di passato musicale e vita vissuta (vedi 80’s Life, pop song con echi 50’s sul crescere in quegli anni), in un ibrido che frulla in egual misura le parti che lo compongono. Ovviamente Blur (i classici nella title track, i recenti in History Song), Gorillaz (la voce filtrata à la Feel Good Inc. del primo singolo Herculean, le particelle electro di Northern Whale, che ha in sé i germi della melodia di As Tears Go By) e i Clash sandinisti (con tanto di semi-citazione di London Calling sul finale di Kingdom of Doom); e poi a dosi varie reggae, pop (la beatlesiana Green Fields), folk, old time music, psichedelia, dub (la malinconica Behind the Sun per John Peel), ed umori world (Three Parts).

Detto così, tutto risulta fin troppo ovvio. Ma The Good The Bad And The Queen colpisce nel segno proprio quando, aldilà di citazioni e contaminazioni, riesce a far leva su una certa impostazione letteraria ed iconografica, come se si trattasse di un volume di inizio secolo o di una vecchia pellicola. E non ci riferiamo soltanto ai testi o all’artwork o al look dei quattro, quanto al fascino tutto personale che l’intero progetto, vuoi o non vuoi, esercita su chi vi si accosta. Vintage e post-moderno al tempo stesso, Albarn riesce infine a raccontare la sua storia proprio nel modo in cui voleva, da abile burattinaio quale è diventato; e pazienza se la natura stessa del progetto fa pensare a un atto unico: è giusto così.

Fare centro con un side project è un'impresa piuttosto rara. Damon ci è riuscito. Di nuovo. (7.2/10)

di Teresa Greco e Antonio Puglia

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postato da rivoltoso alle ore 11:03
martedì, 30 gennaio 2007

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postato da Schatzycri alle ore 16:00
venerdì, 26 gennaio 2007

Costa 15 dollari ed è un vero e proprio manuale per fare sesso in automobile
Si chiama "Carma Sutra" ed è ricco di foto, schemi e spiegazioni tecniche

Kamasutra per auto - Negli Usa è bestseller



E' il nuovo bestseller dei blog motori: "Carma Sutra". E dal nome si capisce perché... E' un vero e proprio manuale, appena uscita negli Usa e in vendita a 15 dollari, per fare sesso in auto.

E' giusto quello che mancava - dopo la ricerca Usa che denunciava il comportamento degli americani al volante (la maggior parte fa tutto tranne che guidare) - per dare altre idee ai folli statunitensi.

In tutti i casi quello del sesso in auto ormai è una specie di chiodo fisso di molti: in Inghilterra è ormai un bestseller il famoso "Sex", ma "Carma Sutra" va oltre. In 82 pagine c'è di tutto: foto, schemi, spiegazioni tecniche ed anatomiche per trovare il modo di driblare con classe scomde leve di cambio, freno a mano e tunnel centrali...
(26 gennaio 2007)
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postato da rivoltoso alle ore 22:53
giovedì, 25 gennaio 2007

Bollywood


Il mondo fatato dell’industria cinematografica di Bombay che sforna ogni anni migliaia di sogni, in formato dvd, vhs e, soprattutto, in pellicola 35 millimetri, ad uso e consumo del miliardo e passa di indiani che popolano il globo. Spesso masse di diseredati, un mondo fatto di mendicanti e conducenti di risciò, che trovano nelle proiezioni dei polpettoni bollywoodiani (un paio di rupie per sei ore d’intrattenimento, posti in piedi) l’unica valvola di sfogo - fatta eccezione per il bhang, derivato economico della cannabis, spesso mischiato con oppio. Per farsene un’idea, basta andare davanti al teatro Pvr di Nuova Delhi un paio d’ora prima dell’inizio di un film, quando davanti all’entrata dei “posti economici” si formano code interminabili. 
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postato da rivoltoso alle ore 22:33
giovedì, 25 gennaio 2007

Kizlik zari dikimi
O imenoplastica
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postato da rivoltoso alle ore 13:15
giovedì, 25 gennaio 2007

Siena, Transilvania
Le tasse più alte d'Italia

Il blog dell’area valdelsa senese di Rifondazione Comunista, prcvaldelsa.altervista.org, segnala uno studio condotto dall’Associazione degli artigiani e delle piccole imprese di Mestre che incorona un altro comune retto da un’amministrazione di centrosinistra.

«Circa un mese fa Il Sole 24 Ore aveva premiato Siena come la Città più vivibile d’Italia. Oggi si scopre che gli appartiene anche un secondo primato, quello della pressione fiscale. Uno studio condotto da Cgia di Mestre su dati forniti dal Ministero dell’Interno riferiti al 2005, incorona la città con le più alte imposte procapite. Si tratta infatti di 1.453,22 euro all’anno da pagare all’erario per ogni cittadino. Il giudizio è comunque di merito e non significa che l’elevata pressione fiscale indebolisca il potere d’acquisto del contraente. Non a caso ai primi posti di questa classifica figurano provincie con un livello di ricchezza molto alto: Siena 1453,22; Milano 1311,16; Bologna 1243,93; Pisa 1182,42; Firenze 1154,11. Per valutare le zone effettive in cui la pressione fiscale soffoca il bilancio familiare dovrebbe essere considerato il rapporto tra livello di ricchezza e gettito tributario. Questo, al momento, non è dato saperlo».

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postato da rivoltoso alle ore 16:16
mercoledì, 24 gennaio 2007

Siamo tutti Alfred Dreyfus
Elvo Zornitta
Elvo Zornitta


Tratto da “L’ile des pingouins”, di Anatole France:
“Ditemi, Panther, fra le prove, alcune sono false?”. “Inventate, certo”. “E’ quello che volevo dire. Se alcune sono inventate, tanto meglio! Le testimonianze false valgono più di quelle vere, perché vengono create espressamente per le necessità della causa, su ordinazione e su misura, e quindi risultano esatte e particolareggiate. Sono preferibili perché trasportano le menti in un mondo ideale e le distraggono dalla realtà, che, in questo mondo, purtroppo non è mai senza ombre…”. Greatauk, duca di Skull, confida a al generale Panther: “Questo processo è un capolavoro, è fatto di niente“.



“Il magistrato assunse aria di greve pensamento, e poi disse: ‘Sapete che cosa penso? Che casuale per quanto si voglia, l’uomo della Volvo entrò nell’ufficio del capostazione, vide quel dipinto, se ne invaghì a colpo di fulmine, fece fuori i due e se lo portò via’. Questore e colonnello si scambiarono perplesso e ironico sguardo. ‘E’ un personaggio, quello della Volvo, per cui mi è venuta una immediata affezione. Difficilmente sbaglio, nelle mie intuizioni. Tenetemelo bene al fresco’. Li congedò…Uscendo il questore disse: ‘Dio mio!’; e il colonnello: ‘Terrificante!’”.


Il fatto è che in “Una storia semplice”, l’ultimo racconto di Leonardo Sciascia, ci sono, almeno, un questore che sospira “Dio mio!”, e un colonnello dei carabinieri che inveisce: “Terrificante!”. Nella pratica quotidiana, è sempre più raro trovarne. Gli effetti sono sotto gli occhi di tutti.

E’ una limitazione alla libertà di tutti che i magistrati non parlino delle inchieste che sono loro affidate? E’ una limitazione alla libertà di tutti che sui giornali non siano pubblicati i nomi dei magistrati, e ci si limiti a riferire: “Procura di…”? E’ una limitazione alla libertà di tutti se giornali e giornalisti invece di fare i “processi” si limitassero più prosaicamente a seguirli, quando si celebrano, cosa che non si fa quasi mai? E’ una limitazione alla libertà di tutti chiedere che i processi non siano celebrati negli studi di trasmissioni televisive, ma solo e unicamente nelle aule di tribunale?
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postato da rivoltoso alle ore 15:26
mercoledì, 24 gennaio 2007

L'inferno di Stranamore

Antonella: "E' passato tanto tempo da quando ci siamo lasciati.....cioè....io..."
Antonio: "Ti prego amore, te lo chiedo in ginocchio davanti a tutti"
Emanuela Foliero: "Antonio è in ginocchio davanti a te, Antonio...ti ama. Però ti chiedo, Antonella:Antonella,tu ami ancora Antonio?"
Antonella: "No"
Foliero: "No. Hai un altro?"
Antonella: "Mi sto vedendo con.....con un amico"
Pubblico: "Eeeeeeeeeeeeeeh!"


Oggi Melog bellissimo,si parla di questo ed altro

Voci di tristi business vengono vomitate dal mondo mediatico, come quella di Azouz Marzouk che vende l'esclusiva del servizio fotografico dei funerali dei sui cari a Fabrizio Corona. Di Pietro si rinnova e diventa blogger, su You Tube racconterà tutto quello che succede al Consiglio dei Ministri. Ricomincia una nuova e vigorosamente trash edizione di Stranamore.

ascolta Ascolta il file audio della puntata scarica Il file audio della puntata in formato Realaudio
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postato da rivoltoso alle ore 13:36
mercoledì, 24 gennaio 2007



Per un drogato invece la piramide di Maslow è una linea in orizzontale: tutti i bisogni si appiattiscono sul bisogno fisiologico di droga. Vita piatta? Boh.....winners don't use drugs? Oppure we're all stars now in the dope show?
Insomma,trovatevi una dipendenza (da sostanze, tv, persone, pornografia, gioco d'azzardo), magari non troppo distruttiva, e non dovrete più fare il giochino di Sisifo con la piramide di Maslow.
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postato da rivoltoso alle ore 14:42
sabato, 20 gennaio 2007

IL BALLO DELLA FORCA
La lunghezza della corda, il collo e il patibolo. I trattati del boia spiegano la formula (quasi) perfetta per non trasformare in martire un condannato

Succede nelle migliori impiccagioni. In Iraq pare sia successo almeno un’altra volta dalla caduta del regime, durante l’esecuzione per “insurgency” di un egiziano a Mosul. Ne parla, e ne porta esempi, a più riprese, Charles Duff nel suo “Manuale del boia”. Il bello è che questo tipo di incidenti originano da una tecnica inventata con la migliore delle intenzioni, da una scelta decisamente umanitaria. Si impicca da che mondo è mondo, ne fanno menzione i testi più antichi della letteratura occidentale. Sarebbe probabilmente ancora il metodo più usato, non fosse per i cinesi che ricorrono al più spiccio singolo colpo alla nuca. Ma era pura barbarie sino alla metà del diciannovesimo secolo, finché William Marwood fu il primo a mettere sistematicamente in pratica il “long drop”, il salto lungo. Prima, gli impiccati morivano sostanzialmente per lento soffocamento. Nella forma più primitiva, in pratica si passava il cappio al di là del ramo di un albero, e si issava. La formula della condanna capitale in Inghilterra, finché furono abolite, era sempre stata: “essere appesi per il collo finché morte non sopraggiunga”. Tradizionalmente il corpo restava appeso per mezz’ora o anche un’ora. Fu Marwood a introdurre la corda più lunga e un salto tale da lussare le vertebre del collo e garantire una morte istantanea e indolore, più o meno. Nei nove anni da principale boia d’Inghilterra, mestiere scrupolosamente svolto fino alla sua morte, nel 1893, Marwood si guadagnò meritatamente la fama di “boia dal volto umano”. Non voleva lo chiamassero boia (hangman), nel suo biglietto da visita c’era scritto: “pubblico giustiziere” (executioner). Fu il primo a rifiutarsi di impiccare in pubblico. Era noto per il grande senso dello humour, era sinceramente convinto di esercitare il suo mestiere con profonda ispirazione religiosa. “Essendo (Mr. Marwood) persona di sentimenti umani, approfondì l’argomento e arrivò alla conclusione che il metodo allora in uso, benché sicuro, non era veloce e indolore come avrebbe dovuto essere. Perciò introdusse il suo sistema a caduta lunga, con un salto da sette a dieci piedi, che provoca una morte istantanea per lacerazione del midollo spinale”: così racconta della rivoluzionaria scoperta il suo allievo James Berry, nel suo fondamentale trattato intitolato: “Le mie esperienze di boia” (“un grande classico”, lo definisce Duff). Anche lui “uomo tranquillo, metodico, profondamente religioso e di cuore fin troppo delicato”, stando al ritratto che ne fa il curatore dell’opera. Al punto che, dopo aver impiccato 137 persone, diede le dimissioni, divenne un apostolo militante delle campagne contro la pena di morte e, passato in America, dedicò il resto della vita a fare conferenze contro le impiccagioni. Era stato Berry a perfezionare la nuova tecnica e compilare tabelle estremamente precise, scientifiche, dei giusti rapporti tra lunghezza della corda, peso, corporatura, muscolatura del collo dell’impiccando. Ben avvertendo che “Il punto che richiede la maggiore attenzione, in rapporto ad un’esecuzione, è di consentire la caduta più adatta ad ogni persona giustiziata, e regolare a perfezione questa cosa non è affatto semplice come un profano potrebbe immaginare”, e che le sue stesse tabelle, pur valide per corporature “normali”, “non sarebbero assolutamente sicure se applicate in modo troppo rigido”. “Più di una volta, per esempio, mi è capitato di dover impiccare persone che avevano tentato il suicidio tagliandosi la gola, o che erano state altrimenti ferite al collo, e per impedire la riapertura delle ferite ho dovuto ridurre la caduta di circa la metà. E ancora, nel caso di persone molto obese, che hanno spesso ossa e muscoli del collo deboli, ho ridotto la caduta di un quarto o metà della misura indicata nella tavola. Se non l’avessi fatto, non c’è dubbio che due o tre delle persone che ho giustiziato avrebbero avuto la testa completamente staccata, la quel cosa mi è successa in un solo caso…”. Il caso, era stato quello di Robert Goodale, impiccato il 30 novembre 1885 a Norwich Castle. Berry aveva ridotto la lunghezza della corda perché s’era accorto che “i muscoli del collo non sembravano forti e bene sviluppati”. “Ma anche questa misura, come poi si vide, era troppo abbondante, e il risultato fu uno dei più orribili incidenti che mi siano mai capitati…”. In un’esecuzione successiva, nell’agosto 1891, a Liverpool, rifiutò di eseguire un’altra impiccagione con la corda lunga quanto voleva imporgli, certamente per ragioni umanitarie, il medico del carcere, nella fattispecie. “Obiettai che questo avrebbe fatto staccare completamente la testa dell’uomo e rifiutai di eseguire… Allora il dottor Barr calcolò una caduta più corta… ma sempre più lunga di quello che io ritenevo necessario, e pur con riluttanza accettai di procedere. Tutti sanno quale fu il risultato. La caduta non era così lunga da far staccare la testa della vittima, ma causò la rottura dei principali vasi sanguigni del collo”. Uno dei video clandestini dell’esecuzione di Saddam Hussein ne nostrava il cadavere con una grossa macchia di sangue sul collo, sotto l’orecchio sinistro. Nel caso del suo fratellastro, e capo della sua polizia segreta, Barzan Ibrahim al- Tikriti, la testa è finita strappata dal corpo ed è rimasta appesa al cappio. Errore nei calcoli, hanno spiegato gli esperti al New York Times, almeno un paio di metri di corda in eccesso, se si confronta questa esecuzione con le accurate tabelle del manuale delle forze armate Usa, “Procedure for Military Executions”, emanato nel 1947 dall’allora capo di stato maggiore Dwight Eisenhower. Errore imbarazzante, che ha suscitato le critiche e la ripugnanza anche di George W. Bush e di Condoleezza Rice. Un disastro da far vomitare. Ma errore a fine di bene, quasi umanitario. L’avevano fatto apposta, deliberatamente per essere sicuri che i condannati non soffrissero, che gli si spezzasse immediatamente il collo, ma in modo pulito, non come quando torcendo il collo ad una gallina le si stacca la testa. Volevano evitare che succedesse che i condannati pendessero dalla forca per dieci quindici minuti prima di morire soffocati, come succedeva deliberatamente nelle migliaia di esecuzioni portate a termine durante il regime di Saddam, ha cercato di spiegare il portavoce del premier iracheno Maliki. Anche per le faccende del patibolo, molti equivoci nascono dalla cattiva comunicazione. Non per niente, una delle proposte centrali del “Manuale del boia” (A Handbook on Hanging) del suddito irlandese di Sua Maestà britannica Charles Sr. Lawrence Duff, è fornire a chi esercita questo difficile mestiere, anzi questa arte, un’adeguata assistenza nell’informare il pubblico e venire incontro ai suoi gusti ed esigenze. E la protezione che questi artisti meritano di fronte alle trappole e i fastidi che possono venirgli dai media, da “quell’eminente aristocrazia di questo e altri regni che opera nel settore giornalistico, e i cui membri sono sempre pronti a fornirci quelle notizie che più ci piacciono”. Nessuno si rende conto dello stress che tutto ciò può procurare agli onesti e disinteressati pubblici servitori che offrono la loro expertise sulla forca. “Perciò dovremo provvedere a che i nostri boia dispongano di un ben preparato funzionario addetto alle pubbliche relazioni, che non solo li sollevi da molte di queste noie, ma faccia inviare alla stampa il materiale adatto, o d’interesse ‘umano’, o aneddotico, o informativo, o di semplice propaganda”. Ecco uno che aveva capito tutto, anche se, con la saggezza del dopo, gli si potrebbe rimproverare di aver peccato di ottimismo nel dirsi convinto che “negli Stati Uniti, dove sono efficienti, queste cose le fanno molto meglio”. Il libricino di Duff, nord-irlandese cattolico, decorato della Prima guerra mondiale, raffinato intellettuale e linguista, traduttore di classici, membro del servizio diplomatico britannico, ha un lungo sottotitolo: “Breve introduzione all’arte dell’impiccare, con molte informazioni utili su come rompere il collo, strozzare, strangolare, asfissiare, decapitare e fulminare con la corrente elettrica; e anche dati e suggerimenti per i boia, una descrizione del metodo di uccidere del defunto signor Berry, la sua tabella operativa delle altezze di caduta; e inoltre un prontuario del boia per fare questi calcoli, e certi altri argomenti di particolare interesse, incluse le grandi impiccagioni di Norimberga”. Da quando era stato pubblicato per la prima volta a Londra, nel 1928, ha avuto una grande fortuna. Fu tradotto in molte lingue. Uscì anche in tedesco nella Germania di Weimar. L’autore ricorda che “quando Hitler arrivò al potere essa fu pubblicamente bruciata a Lipsia dai nazisti”. “Temo che non l’abbiano apprezzata”, il commento. In Inghilterra ebbe invece un’enorme fortuna (un po’ meno in America). Il libro ebbe un ruolo decisivo nel dare momento al movimento di opinione che avrebbe portato all’abolizione della forca in Inghilterra nel 1973. Le edizioni del dopoguerra furono aggiornate con una discussione, nella stessa vena, dell’impiccagione dei gerarchi nazisti condannati a Norimberga (Goering aveva risolto il problema del difficile rapporto tra lunghezza della corda e peso, avvelenandosi il giorno prima dell’esecuzione). Un giornale francese scrisse che gli impiccati avevano impiegato “un tempo anormale a morire”, erano defunti per strangolamento e non rottura delle vertebre, alcuni erano andati a sbattere contro l’orlo della piattaforma. Il sergente maggiore John C. Woods, 43 anni, di San Antonio nel Texas, che nei suoi 15 anni da boia dell’esercito americano aveva impiccato 347 commilitoni, difese la propria professionalità: “Le sole persone che possono diffondere notizie del genere sono dilettanti che chiaramente non ne capiscono niente. Se dubitate della mia parola chiedete al servizio sanitario. L’ufficiale medico mi ha detto subito dopo: ‘Non ne hai sbagliata una’…”. Qualcosa sarà andato anche storto, ma non quanto coi metodi più tecnologicamente avanzati e “umani” (sedia elettrica, iniezione letale) che andavano nel frattempo soppiantando il vecchio nodo scorsoio in America. Duff cita anche l’abolizione a sorpresa della pena di morte in Urss da parte di Stalin nel 1947. A rileggere la pagina 60 anni dopo, non mi è chiaro se l’ironia riguarda la speranza su Stalin campione dell’abolizione della pena di morte, o l’insinuazione che avendone ammazzati già così tanti, potessero permettersi una moratoria (l’Urss, notoriamente crollò perché negli anni Settanta e Ottanta la mortalità di vecchi e bambini era tornata quasi come durante la guerra, il punto più basso si ebbe a metà anni Novanta, non è chiaro se con Putin stia andando molto meglio). In italiano il classico di Duff è disponibile in una traduzione di Adelphi. Prima dell’11 settembre ne era uscita un’edizione americana con una bella introduzione di Christopher Hitchens. Leggendo i suoi ultimi commenti sull’impiccagione di Saddam, ho avuto l’impressione che Hitchens, grande giornalista proveniente “da sinistra”, e poi convertitosi al sostegno della guerra americana in Iraq con la stessa passionalità con cui aveva fatto campagna per un processo internazionale contro i crimini golpisti di Henry Kissinger, abbia cambiato idea a proposito di impiccagioni, a mio avviso in peggio. Nelle prime edizioni, c’era anche un altro sottotitolo: “A Satire”. Per le sette edizioni successive, evidentemente non c’era più bisogno di una simile precisazione. Grande satira, nelle migliori tradizioni britanniche, alla maniera – è stato osservato – di un altro irlandese, Jonathan Swift, il padre di Gulliver e autore della straordinaria “Modesta proposta” su come risolvere il problema Irlanda: dar da mangiare i bambini degli irlandesi alle pecore, anziché viceversa. Un pensiero che mi mette di cattivo umore: che siano riusciti coll’11 settembre ad obnubilare, anche per i migliori cervelli, la capacità di vedere le cose alla maniera di Swift e di Duff? All’epoca in cui Duff scriveva il suo Manuale del boia, le impiccagioni in Inghilterra non erano più da tempo un grande spettacolo aperto al pubblico. A Marble Arch, all’angolo nord-orientale di Hyde Park, non si usava più impiccare, sventrare, arrostire i visceri, squartare e poi bruciare, come ai tempi di Shakespeare. Il programma dello spettacolo era già cambiato, quello si era già trasformato nell’angolo dell’oratore. Del vecchio cartellone ce ne saremmo forse dimenticati, non ci fossero i maestri dello spettacolo come Mel Gibson a ricordarcelo (Braveheart). Eppure nel libricino troviamo l’intuizione di un tipo di spettacolarizzazione diversa, di attualità impressionante: “E’ un fatto che il modo attuale di condurre un processo tende a fare un eroe dell’assassino, la cui popolarità, quando è condannato a morte, eclissa completamente quella del boia. Negli ultimi anni c’è stato troppo sentimentalismo morboso intorno ai processi penali culminati con l’impiccagione perfettamente legittima del criminale. I preliminari, il processo, il periodo di permanenza in prigione prima dell’esecuzione, vengono sfruttati da una stampa infaticabile. La ragione di tutto questo è che il criminale rischia la sua vita al processo, e la perde se viene giudicato colpevole. Alla gente piace vedere un uomo che rischia la sua vita: pensate a quanto sono divertenti il motocross e le corse automobilistiche e motociclistiche in generale, gli esercizi al trapezio…, l’attraversamento di una strada in un punto di gran traffico, l’operazione chirurgica di una persona importante, la corrida, il lavoro di un operaio su una guglia o un campanile, o così via”. Anche i boia corrono un rischio personale. Ma non basta ad attirargli simpatie. Non per niente è antica la tradizione per cui sono incappucciati, tranne qualche raro momento, o luogo della storia, in cui li si vede in bombetta o in uniforme, spesso abbigliati con un’eleganza curata, mentre ad essere incappucciate sono le vittime. Tra i disastri di immagine dell’impiccagione di Saddam, come se non bastasse il resto, c’era il fatto che ad essere coperti coi passamontagna, a dare l’impressione visiva di essere loro i terroristi che suppliziano un ostaggio innocente, sono i suoi giustizieri. Comprensibile: a far quel mestiere a viso scoperto, prima o poi qualcuno gliela farà pagare, anche si fossero comportati da perfetti gentiluomini. C’era già stata una moria di giudici e avvocati, figurarsi i boia. Il mestiere di boia è disprezzato da che mondo è mondo. Nell’antichità era un compito riservato agli schiavi più infimi, tra i romani al carnifex non era consentito nemmeno di risiedere in città. In Spagna era così odiato che la paga gli veniva lanciata da lontano, i padri inquisitori evitavano ogni contatto diretto. Le loro case venivano segnate in rosso, non potevano andare in giro se non in uniforme con ricami di forca. Per secoli erano stati reclutati, in tutta Europa, tra gli assassini. Nell’impero ottomano le impiccagioni erano affidate agli zingari, la tradizione si è mantenuta nella Turchia moderna, finché ha abolito la pena di morte. “Non vedrà paura negli occhi azzurri di Nazim lo zingaro che mi impiccherà”, suonano i versi di una delle lettere d’amore dal carcere di Nazim Hikmet. Persino in Inghilterra i boia non hanno mai goduto di buona fama, una corte sancì che il termine hangman era un gravissimo insulto (come boia lo è in tutte le lingue). Si racconta che anche l’“umanissimo” Berry – il pioniere del “long drop” compassionevole, e poi boia pentito – fosse costretto a recarsi sul luogo delle esecuzioni travestito da donna, per non fare brutti incontri. Non c’è grande libro della letteratura occidentale che non simpatizzi per l’impiccato o l’impiccando, anziché per il boia. Da Cervantes a James Joyce, da Shakespeare a Goethe, da Victor Hugo, a Dostoevskij e al Collodi di Pinocchio. A cominciare da François Villon, il più grande poeta della forca di tutti i tempi, anche perché ne canta con cognizione di causa: l’aveva scampata per un soffio. “Freres humains qui après nous vivez,/ N’ayez les cuers contre nous endurcis”, Fratelli umani che verrete dopo, non siate verso noi troppo duri…”, è il modo in cui esordisce la sua “Ballata degli impiccati”. Non avrebbe avuto una minima chance anche il miglior boia contro il più delinquente dei poeti. Il rapporto tra il boia e le sua vittima è così impari che chi ha impiccato Saddam e i suoi non poteva uscirne bene in alcun modo, nemmeno avessero mostrato più perizia e pudore, nemmeno non ci fossero stati gli “incidenti”. E’ vero, ce l’hanno messa tutta, ma non è solo colpa loro se riescono nella mission quasi impossibile di trasformare Saddam Hussein e i suoi sgherri in vittime, martiri, anzi eroi. Non fosse per versi tipo quello sul “nostro partito Baath che germoglia come un ramo che diventa verde”, poco c’è mancato che si riuscisse a trasformare un assassino in poeta e scrittore. Nella prefazione all’edizione del 1948 del suo “Manuale del Boia”, Duff ammetteva un “punto debole” nella sua apologia del boia: il fatto che il libro “è frutto di studi e ricerche e non di un’esperienza pratica: l’autore non ha mai impiccato nessuno e non ha mai visto impiccare nessuno”. Situazione che accomuna l’autore di questo articolo, il direttore di questo giornale, e, credo, i suoi lettori. “C’è da sperare che questa lacuna non sia troppo grave, ed è comunque doveroso far notare che chi conosce la forca non sempre sa scrivere e chi scrive non sempre conosce la forca, anche se qualche volta la meriterebbe”.
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