
Un progetto nuovo di zecca? Non esattamente: tutto nasce da un vecchio viaggio in Nigeria insieme a Simon Tong - dai Verve a quarto Blur nei live del dopo-Coxon, nonché collaboratore della cartoon band - per registrare con Tony Allen (batterista di Fela Kuti) e altri musicisti del luogo; ma il risultato non convince. Ci vorranno giusto due incontri affinché la nuova creatura prenda vita: prima re Mida Danger Mouse (già dietro Demon Days), poi nientemeno che Paul Simonon, insieme al quale matura l’idea di un concept legato a West London (zona in cui il Nostro è cresciuto e l’ex Clash fa il pittore) e all’essere inglesi oggi. A tredici anni dal quadretto giovanile mid-90s di Parklife, guarda un po’
Ed ecco quindi The Good, The Bad And The Queen, nome che anzitutto battezza un album che, concettualmente, potrebbe essere il nuovo The Queen Is Dead. O meglio, una sua versione meno sferzante e satirica, che si serve piuttosto di ricordi personali ed invenzioni letterarie per compiere un’amara riflessione sull’Inghilterra di oggi: una nazione alla ricerca di un’identità, persa tra le mille sfaccettature della mescolanza etnica e i problemi e le contraddizioni dei giorni nostri.
Come in Kingdom Of Doom, che si interroga sull’attualità di un Paese che non sa ammettere le proprie responsabilità; o nel mood welleriano di A Soldier’s Tale, riflessione sulla guerra, tra Iraq e Afghanistan, con citazione western morriconiana (e si ritorna al titolo del disco, dove il Cattivo risulta alla fine essere anche The Queen).
Così Damon pesca, assembla, strappa e ricuce brandelli di passato musicale e vita vissuta (vedi 80’s Life, pop song con echi 50’s sul crescere in quegli anni), in un ibrido che frulla in egual misura le parti che lo compongono. Ovviamente Blur (i classici nella title track, i recenti in History Song), Gorillaz (la voce filtrata à la Feel Good Inc. del primo singolo Herculean, le particelle electro di Northern Whale, che ha in sé i germi della melodia di As Tears Go By) e i Clash sandinisti (con tanto di semi-citazione di London Calling sul finale di Kingdom of Doom); e poi a dosi varie reggae, pop (la beatlesiana Green Fields), folk, old time music, psichedelia, dub (la malinconica Behind the Sun per John Peel), ed umori world (Three Parts).
Detto così, tutto risulta fin troppo ovvio. Ma The Good The Bad And The Queen colpisce nel segno proprio quando, aldilà di citazioni e contaminazioni, riesce a far leva su una certa impostazione letteraria ed iconografica, come se si trattasse di un volume di inizio secolo o di una vecchia pellicola. E non ci riferiamo soltanto ai testi o all’artwork o al look dei quattro, quanto al fascino tutto personale che l’intero progetto, vuoi o non vuoi, esercita su chi vi si accosta. Vintage e post-moderno al tempo stesso, Albarn riesce infine a raccontare la sua storia proprio nel modo in cui voleva, da abile burattinaio quale è diventato; e pazienza se la natura stessa del progetto fa pensare a un atto unico: è giusto così.
Fare centro con un side project è un'impresa piuttosto rara. Damon ci è riuscito. Di nuovo. (7.2/10)
di Teresa Greco e Antonio Puglia


«Circa un mese fa Il Sole 24 Ore aveva premiato Siena come la Città più vivibile d’Italia. Oggi si scopre che gli appartiene anche un secondo primato, quello della pressione fiscale. Uno studio condotto da Cgia di Mestre su dati forniti dal Ministero dell’Interno riferiti al 2005, incorona la città con le più alte imposte procapite. Si tratta infatti di 1.453,22 euro all’anno da pagare all’erario per ogni cittadino. Il giudizio è comunque di merito e non significa che l’elevata pressione fiscale indebolisca il potere d’acquisto del contraente. Non a caso ai primi posti di questa classifica figurano provincie con un livello di ricchezza molto alto: Siena 1453,22; Milano 1311,16; Bologna 1243,93; Pisa 1182,42; Firenze 1154,11. Per valutare le zone effettive in cui la pressione fiscale soffoca il bilancio familiare dovrebbe essere considerato il rapporto tra livello di ricchezza e gettito tributario. Questo, al momento, non è dato saperlo».
Siamo tutti Alfred Dreyfus

Elvo Zornitta
“Il magistrato assunse aria di greve pensamento, e poi disse: ‘Sapete che cosa penso? Che casuale per quanto si voglia, l’uomo della Volvo entrò nell’ufficio del capostazione, vide quel dipinto, se ne invaghì a colpo di fulmine, fece fuori i due e se lo portò via’. Questore e colonnello si scambiarono perplesso e ironico sguardo. ‘E’ un personaggio, quello della Volvo, per cui mi è venuta una immediata affezione. Difficilmente sbaglio, nelle mie intuizioni. Tenetemelo bene al fresco’. Li congedò…Uscendo il questore disse: ‘Dio mio!’; e il colonnello: ‘Terrificante!’”.
Il fatto è che in “Una storia semplice”, l’ultimo racconto di Leonardo Sciascia, ci sono, almeno, un questore che sospira “Dio mio!”, e un colonnello dei carabinieri che inveisce: “Terrificante!”. Nella pratica quotidiana, è sempre più raro trovarne. Gli effetti sono sotto gli occhi di tutti.
E’ una limitazione alla libertà di tutti che i magistrati non parlino delle inchieste che sono loro affidate? E’ una limitazione alla libertà di tutti che sui giornali non siano pubblicati i nomi dei magistrati, e ci si limiti a riferire: “Procura di…”? E’ una limitazione alla libertà di tutti se giornali e giornalisti invece di fare i “processi” si limitassero più prosaicamente a seguirli, quando si celebrano, cosa che non si fa quasi mai? E’ una limitazione alla libertà di tutti chiedere che i processi non siano celebrati negli studi di trasmissioni televisive, ma solo e unicamente nelle aule di tribunale?

