Hommes rèvoltè
Utente: rivoltoso
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Legge 07/03/2001 n. 62 Ehi tu! Si, tu! Penserai mica che queste minchiate siano un prodotto editoriale, vero? Ah,mi pigli per scemo,eh? Pensi che non mi bastino 21 giorni di arresti domiciliari che mi sono fatto per aver scritto sul mio vecchio blog,eh? Controlla per benino, e scoprirai che questo blog viene aggiornato senza alcuna periodicità. Se non sapevi che, privo di questo requisito, un blog non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge 62 del 7/3/2001, informati meglio! Comunque,le immagini pubblicate sono quasi tutte tratte da internet e quindi valutate di pubblico dominio: qualora il loro uso violasse diritti d'autore, l'autore suddetto me lo dica,che le rimuovo subito(non ho intenzione di pagare un euro). Si avvisano altresì gli utenti(soprattutto ragazze borderline particolarmente permalose e dalla denuncia facile e menzognera) che qualunque messaggio ritenuto eccessivamente volgare e/o offensivo nei confronti di altri utenti o del tenutario sarà insindacabilmente cancellato.
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postato da rivoltoso alle ore 20:21
giovedì, 23 novembre 2006

MALA TEMPORA
Mia madre ha un tumore al polmone

Come approcciare una vita assurda? Essa sarà tanto meglio vissuta in quanto non avrà alcun senso. L'atteggiamento dell'uomo assurdo non è quello del suicida, ma del suo contrario: il condannato a morte.
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postato da rivoltoso alle ore 14:38
mercoledì, 22 novembre 2006

La morte di Altman e la profezia del suo ultimo film
RICORDATELO PER “AMERICA OGGI”, DIMENTICATE “QUINTET”

A vedere presagi dopo che le cose sono successe son bravi tutti. Ma nell’ultimo film girato da Robert Altman – “Radio America” – c’era davvero il più bell’angelo della morte mai visto sullo schermo. Una dark lady bionda in tacchi alti con addosso un trench candido, che si aggirava dietro le quinte del Fitzgerald Theater di St. Paul, Minnesota, mettendo i brividi all’intero cast dello show radiofonico “The Prairie Home Companion” (già malinconici di loro perché era l’ultima puntata). Uno dei tecnici tira le cuoia in camerino, e l’annuncio viene dato solo alla fine dello spettacolo. Kevin Kline, nei panni del philipmarlowiano investigatore Guy Noir, commenta la vanità del mondo con la frase: “Sono tutti morti e non lo sanno”. E c’era la malinconia dell’Oscar alla carriera, a compenso di cinque nomination rimaste tali: per “America oggi”, “Gosford Park”, “I protagonisti”, “M.A.S.H.” e “Nashville”. Per “Radio America”, l’assicurazione gli affiancò come regista di supporto Paul Thomas Anderson, altmaniano honoris causa dopo “Magnolia” (c’è di peggio: un altro grande vecchio – si chiamava Billy Wilder – non riuscì a girare film nei suoi ultimi anni a Hollywood perché nessuno lo voleva assicurare). Non c’è critico che non abbia paragonato il film con Meryl Streep canterina a “Nashville”, cercando di trovarci a forza quello che non c’è. Per esempio, le pulci alla società americana, e l’estetica del frammento che hanno fatto invecchiare rapidamente il capolavoro. Qualche anno fa, la rivista Première ha messo Keith Carradine che canta “I’m easy” nella lista delle scene sopravvalutate. Se vi è capitato di vederla di recente, non servono altre spiegazioni. Se non l’avete rivista, conviene tenersi il bel ricordo. Meglio, molto meglio, “Short Cuts – America oggi”, dove la finzione della vita come viene, e i trenta personaggi, sono governati con precisione millimetrica. Prendendo una manciata di racconti di Raymond Carver, e ricavandone quel che solo un genio poteva ricavarne. “It’s a comedy” precisò il regista a chi lo rimproverava di aver girato un film apocalittico, colpa del terremoto che arriva nel finale. Molto meglio anche “Gosford Park”, girato dopo un paio di insuccessi come “Pret-à-porter” e il “Dottor T e le donne” (coronamento di un sogno infantile, confessò Altman: “Ho sempre invidiato i ginecologi”). Alle prese con i servi e i padroni della vecchia Inghilterra, il vecchio leone tirò fuori una grinta degna di “M.A.S.H.” (le docce dell’infermiera Labbra Bollenti stanno nei sogni erotici di un’intera generazione, cresciuta quando alla Casa Bianca certe cose non si facevano). Nato a Kansas City nel 1925, Robert Altman si è perso e ritrovato più di ogni altro regista. Il punto più basso fu “Quintet”, nel 1978: Paul Newman faceva il cacciatore di foche, in un mondo coperto dai ghiacci, e nessuno capì nulla del gioco che dà il titolo al film. A pari merito con “Images”, delirio schizofrenico con unicorni. Metteva tristezza anche “The Company”, su una compagnia di balletto diretta da Malcolm McDowell gay con la sciarpetta. Ogni volta, per consolarci, ripensavamo ai nostri preferiti. A “Il lungo addio” con Elliott Gould che va di notte al supermercato in cerca di cibo per il suo gatto schifiltoso. A i due film da camera degli anni Settanta, “Jimmy Dean, Jimmy Dean” e “Streamers”. A “I compari” con Julie Christie e Warren Beatty: si amano ma fingono di interessarsi solo al bordello che gestiscono. Lei anche all’oppio. E lo fuma con aria tanto beata da rendere inutile ogni spot antidroga.
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postato da rivoltoso alle ore 22:19
martedì, 21 novembre 2006

Essere vibranti di cinismo sempre: perché pensare è cinico e soltanto pensieri intonati in questa chiave si rendono degni di considerazione.
Tutto il resto è linguaggio commerciale, buono per ordinare la birra.
Ottime tra l'altro le Pilsen, gelide. Devono essere fatti di sale e sete gli dei per averci donato qualcosa di così incomparabile
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postato da rivoltoso alle ore 18:57
martedì, 21 novembre 2006

In amore tutti veniamo rubati a qualcuno
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postato da rivoltoso alle ore 17:34
martedì, 21 novembre 2006

Un paese kafkiano
Il Concorso
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postato da rivoltoso alle ore 15:06
martedì, 21 novembre 2006

Che bellezza
Nicoletti su Lino Banfi e la figlia lesbica, tra mummie, groupies e donne dalla banda larga
Gianluca Nicoletti durante il servizio militare
Ingrandisci
Gianluca Nicoletti durante il servizio militare

 

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postato da rivoltoso alle ore 13:26
martedì, 21 novembre 2006

Pensare la morte è pensare la vita

«Cogen» è una maschera facciale che può rilasciare diversi tipi di gas, a seconda dei componenti chimici con cui lo si fa funzionare. Combinando gli opportuni agenti chimici, la macchina produce monossido di carbonio puro, un gas letale capace di uccidere l'utilizzatore nel giro di due inalazioni. Come ha spiegato Nitschke, che ha presentato il «Cogen» durante uno dei suoi seminari sull'eutanasia, sarà difficile per le autorità proibire la vendita dell'articolo, in quanto questo verrà venduto come generatore di ossigeno. Nelle istruzioni d'uso, però, saranno indicati i composti da non utilizzare perché altrimenti si produrrebbe il mortale monossido di carbonio. Un'avvertenza di pericolo che però rivela il reale scopo per cui è progettato il «Cogen».
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postato da rivoltoso alle ore 11:40
martedì, 21 novembre 2006


La notizia della chiusura delle indagini e dell'imminente rinvio a giudizio con l'accusa di associazione per delinquere restituisce a Luciano Moggi e alla sua indiscutibile grandiosità la giusta attenzione. Non sono passati neanche sei mesi, da maggio a novembre, e l'uomo a cui hanno dedicato una città intera, come a Stalin e a Paperino, l'incarnazione stessa del Male, è finito nella disattenzione collettiva, peggio nell'indifferenza generale. Sparito dalle maledizioni della gente ma anche dalle barzellette e dagli striscioni degli stadi. Neanche più uno straccio di tapiro. Moggiopoli? Il luogo astratto di un intrattenimento sociale.
Triste storia per uno che ci aveva messo una vita per diventare un peccatore di successo. Trent'anni di onesta dedizione per meritarsi una biografia noir, sgobbando come un ergastolano da mattina a sera, esponendosi alle radiazioni di tre, quattro cellulari per volta, da cui si dice l'incarnato itterico.
Parlando con tutti, da Lotito al dirigente della Scafatese, imparando la dura arte di mentire soprattutto a se stesso, di verniciarsi ogni mattina allo specchio di bronzo. Un capolavoro ma anche una fatica bestiale per un ragazzo che nasce acqua e sapone, che viene dalla strada anzi dai binari. Da quando giovane ferroviere lo chiamavano «Paletta» e batteva l'Italia gratis nei vagoni di terza classe a scovare talenti in erba per gli appetiti di Italo Allodi. Coltivando le debolezze degli uomini, ché la carne è debole, per diventare un boss da manuale, impastato di devozione, che fuma il sigaro in faccia ai suoi sudditi, arbitri pigolanti chiusi a chiave nel camerino, le tresche nei santuari, il richiamo del sangue che si fonde a meraviglia con quello della pecunia. Il giorno in cui implora ai giudici con la voce spezzata dal pianto: non toccate mio figlio. E pare, invece che lo toccheranno.
Pur di restare nel circo di cui era stato la vedette, Luciano si era prestato a calarsi nel disonore dei set televisivi, da burattinaio a burattino, diventando una delle tante bercianti mascherine, a chi la spara più grossa, pur di meritare una citazione qualunque. Dimenticato da tutti, anche dai nemici più fidati, si è sforzato di ricordare ogni volta al mondo la sua genuina abiezione, anche nei giorni scorsi quando a proposito di Cannavaro ha attribuito il suo «mongolino d'argento». Destinatario il solito Massimo Moratti, di cui si ricorderà nei millenni l'interpretazione signorile e struggente del cornuto e mazziato, a cui il Pallone d'Oro lo stesso Moggi aveva un giorno sfilato praticamente a costo zero. Genio buttato al vento. Tutto inutile. Dimenticato. Dove sono finiti tutti gli scandalizzati, i censori dall'occhio di brace, gli strilloni fegatosi con lo spadone sguainato, che proclamavano «azzeriamo tutto, cancelliamo Moggi, la Juve, tutta la storia della Juve, tutti i suoi scudetti, non andiamo ai mondiali, sospendiamo il calcio, questa fogna, no anzi, aboliamolo proprio», militanti a tempo pieno dell'indignazione e dell'esecrazione? Di volta in volta schierati contro il malgoverno e contro la malasanità, il marcio spiato e il marcio che spia, il tardomachismo e il neobullismo, sono tornati in poltrona alla mercé di uno spettacolo che da una vita ingoia il suo vomito pur di restare uguale a se stesso.
A quasi settant'anni, a Lucianone, già Paletta e poi Belzebù, oggi più Paletta che Belzebù, non resta che sperare in una sentenza esemplare, degna di lui. Gli è indispensabile per non vivere il resto dei suoi giorni con l'orribile sensazione di avere sprecato il suo tempo e il suo talento.
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postato da rivoltoso alle ore 11:13
martedì, 21 novembre 2006


Nel giugno 1963 Ferenc Puskas bussò alla porta del presidente del Real Madrid, Santiago Bernabeu: “Mi faccia giocare ancora”. Aveva trentasette anni. A maggio dell’anno dopo, tornò: “Visto?”. Venti gol. Capocannoniere della Liga spagnola.
Era “el canoncito”: bassino, non magro, un po’ tozzo, mancino. Tiro, gol. Non c’era bisogno di correre tanto, a lui bastava calciare e metterla dentro. Perché quella era l’essenza del pallone. Gol. La storiella dell’incontro con Bernabeu l’ha raccontata Puskas nel 2000. Ha descritto la gioia di quel momento: lui campione alla fine che aveva ancora voglia di giocare. L’Alzheimer era già nel corpo e nel cervello, ma non s’era portato via le emozioni. Ora a tenerle in piedi ci penserà, George Budna, il miliardario ungherese che ha comprato la vita di Ferenc prima che finisse nel letto di un ospedale di Budapest: centoventicinquemila euro per portarsi a casa la medaglia d’argento dei Mondiali 1954, quando l’Ungheria fu sconfitta in finale dalla Germania Ovest, gli scarpini utilizzati da Puskas nei match delle Olimpiadi di Helsinki 1952, il trofeo di miglior marcatore europeo, la maglietta del Real campione d’Europa e una maglia del Brasile autografata da Pelé, scambio di una gara tra nazionali.
I soldi di Budna hanno scandalizzato mezzo mondo, ma hanno permesso a Puskas di evitare la miseria e di morire con dignità. L’Alzheimer l’ha ucciso ieri, nonostante le cure e nonostante le lacrime facili del mondo del pallone. Lo sapevano tutti che stava male da anni, ma ci è voluto un articolo del Daily Telegraph dell’anno scorso per far alzare la voce al Real Madrid accusato di averlo abbandonato e ricordare agli sbadati capoccioni del pallone mondiale che stavano perdendo un pezzo di storia. Perché, uno può girarci intorno all’infinito, può cercare parole diverse, ma poi si deve arrendere: Ferenc Puskas questo è stato. Quattro tappe: la Grande Ungheria, il Mondiale del 1954, l’aggressione dell’Unione Sovietica all’Ungheria nel 1956 e il grande Real Madrid. Calcio e politica, il primo esempio. Aveva solo tredici anni quando i suoi primi tifosi costruirono una passerella sopra la recinzione del campetto del Kispest perché lui potesse entrare sul terreno di gioco senza passare per l’ingresso principale dove passavano tutti: era già Ferenc. Un nome, perché il cognome era già conosciuto. Era figlio d’arte, lui: il papà giocava nel Kispest, maglia rosso nera, che il regime comunista nel 1949 tramutò in Honved, ovvero la squadra dell’esercito, cambiando anche la divisa, maglia rossa e calzoncini bianchi. Ferenc era la faccia dell’Ungheria degli anni Cinquanta, la prima squadra ad aver cambiato le regole del gioco: quattro punte, tutti all’attacco. La prima che andò a Londra nel 1953 a giocare contro l’Inghilterra per vincere: 6-3. “E’ stata una gara tra cavalli da corsa e cavalli da tiro”, scrissero i giornali. “Una piccola nazione comunista che espugna Londra”. Oggi quel risultato è il nome di un bar di Budapest: il ricordo della storia. Lui partiva dalla sinistra, per segnare. All’epoca stava ancora a Budapest e nella Honved era il maggiore galoppante: era il modo per rendergli l’onore del leader e la presa in giro sulla sua maledetta mania di non correre tanto. Perché Puskas non si muoveva con le gambe. Usava il cervello. Basta rivedere le immagini ora: era come se capisse prima la traiettoria, la corsa del pallone, i movimenti dei compagni.
Arrivò a Madrid di notte. Fuggiva dall’invasione sovietica e passò prima per l’Italia: rimase a Sanremo in attesa di capire se poteva tornare a Budapest o no. Ingrassò per non tornare più magro. Prese l’aereo per la Spagna. A Francisco Franco non gli parve vero: Di Stefano l’aveva regalato lui alla sua squadra, Puskas si era presentato spontaneamente. Il Generalissimo gli fece ottenere l’asilo politico: Ferenc non giocò mai più per l’Ungheria. Rimarrà un numero e un simbolo: 83 gol in 84 partite. Nel 1962 fece il mondiale con la maglia della Spagna. Diventò spagnolo e madrileno. Con il Real fece 512 reti in 528 partite: quattro nella finale di Coppa dei campioni del 1960. Unico a esserci riuscito. Santiago Bernabeu, poi Alfredo Di Stefano e Ferenc Puskas. La costruzione della squadra più forte del Novecento. Secolo maledetto, ma senza il quale Puskas non sarebbe stato Puskas. Budapest l’ha rivista dopo il 1990. Quando il Real gli ha staccato un assegno per continuare a fare l’ambasciatore bianco in giro per il mondo, lui è tornato a casa. La Honved non era più la squadra dell’esercito.
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postato da rivoltoso alle ore 10:59
martedì, 21 novembre 2006

Jack Palance

Nacque il 18 febbraio 1919. Nacque ai margini di una miniera di carbone, a Lattimer Mines, frazione di Hazle Township, in Pensylvania. Fu registrato con il nome di Volodymyr Palahniuk. Dall’Ucraina
la sua famiglia era arrivata in America per scendere nelle miniere. Seguì la tradizione di famiglia,
lavorò sottoterra, ne uscì per scambiare la luce del sole con la luce artificiale delle palestre di boxe. Il suo nome non era adatto ai cartelloni. Non osò diventare subito anglosassone. Per salire sul ring scelse ancora un nome da emigrato. Finalmente una locandina annunciò il debutto del peso massimo Jack Brazzo. Brazzo vinse per k.o. i primi quindici incontri, alla fine perse ai punti contro il futuro campione Joe Baksi. Sul ring gli ruppero il naso. Scoppiò la guerra. Fu arruolato con il nome di Volodymyr.
Divenne allievo pilota. Il suo aereo andò in fiamme sul deserto dell’Arizona, Volodymyr si salvò. Le ustioni lo sfigurarono. Subì interminabili operazioni. Quando fu congedato aveva una faccia nuova, con un sorriso tirato che gli dava l’aria di cattivo. Decise di studiare. Fece ogni mestiere che gli lasciava tempo libero, dal cameriere temporaneo alla guardia del corpo. Si laureò in Arte drammatica alla Stanford University. Decise di fare l’attore. L’espressione da duro, che la chirurgia ricostruttiva gli aveva regalato, gli procurò un posto come sostituto di Marlon Brando nell’allestimento di Elia Kazan del dramma di Tennessee William “Un tram che si chiama desiderio”. Quando Brando fu impegnato altrove toccò a lui interpretare la parte di Stanley Kowalski. Il cinema adottò presto la sua maschera di cattivo. Jack Brazzo divenne Walter Palance, Walter J. Palance e finalmente Jack Palance. Ottenne presto una nomination all’Oscar, altre seguirono. Vinse un Emmy, fu il cattivo destinato alla sconfitta in una quantità di western, di film dell’orrore, di film storici in costume, con la predilezione per la parte del barbaro. Jean-Luc Godard, il maestro del film intellettuale francese, lo volle nella parte del produttore hollywoodiano in “Il disprezzo”. Lavorò per la televisione, Nel 1989 comparve nel Batman di Tim Burton. Finalmente nel 1992 vinse l’Oscar come migliore attore non protagonista per l’interpretazione del cowboy costretto a portare in giro nel West dei mollaccioni in “Scappo dalla città” di Ron Underwood.
E’ morto lunedì 13 novembre.
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