Hommes rèvoltè
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postato da rivoltoso alle ore 16:04
venerdì, 29 settembre 2006

Eutanasia
La femmina terminatrice


La porta si apre e il moribondo dal suo letto d’ agonia vede entrare la femmina accabadora. Lei è “l’ accoppatrice”, tanto per rendere comprensibile il termine. È vestita di nero e una delle sue gonne è sollevata a coprirle il viso. E’ arrivata l’ ora. Lui da quel momento sa che l’ abbraccio che avrà da quella donna sarà l’ ultimo della sua vita. C’ è un tempo remoto, che sopravvive nelle memorie anche recenti degli abitanti della Sardegna, in cui tutto questo è assolutamente plausibile. Ad inseguire il filo delle prove documentali o a sviscerare le etimologie c’ è da diventar matti. Accabadora dallo spagnolo acabar, terminare o ancor più dal sardo accabaddare può significare incrociare le mani al morto, o ancora mettere a cavallo e quindi far partire. Guai a chi, con esili competenze di antropologia imparaticcia, si avventura, come me, nei misteri millenari della Sardegna. Qui ogni storia, diceria, formula magica, canzone o parola, si muta e viene interpretata diversamente spostandosi anche solo di cento metri. Dirò solamente che nessuno mi ha negato di aver sentito parlare di una professionista della morte. Una donna capace di risolvere i casi disperati, soffocando, strangolando, spaccando il cranio o l’ osso del collo, a seconda delle latitudini ove operasse.
Alessandro Bucarelli, Medico Legale e antropologo criminale dell’ Università di Sassari ha studiato molto e scritto altrettanto sulle accabadoras. A modo loro queste donne conoscevano perfettamente l’ anatomia umana, erano “praticas”, levatrici curatrici e anche capaci di uccidere con metodo e precisione:“Ne parlano ovunque, non può essere un mito, una fantasia dovuta all’ isolamento. Gli ultimi episodi certificati che si conoscono sono due. Uno a Luras nel 1929 e uno Orgosolo nel 1952. A Luras, in Gallura, l’ ostetrica del paese accabbò un uomo di 70anni. La donna però non fu condannata, il caso fu archiviato. I carabinieri, il Procuratore del Regno di Tempio Pausania e la Chiesa furono concordi che si trattò di un gesto umanitario.”
Oltre i casi documentat,i moltissimi sono quelli affidati alla trasmissione orale e alle memorie di famiglia. Molti ricordano un nonno o bisnonno che comunque ha avuto a che fare con la vecchia nerovestita, tra i meno vecchi c’ è chi come Egidiangela Sechi ha voluto approfondire sul campo. Ha dedicato una parte della propria tesi di laurea sull’ eutanasia a mezzo di un giogo da buoi, questa pare fosse pratica usuale a Sindia, suo paese natale nel Nuorese: “avevo preparato un questionario sui rituali legati alla morte e l’ avevo sottoposto a decine di donne anziane del posto, poi è saltata fuori a storia del giogo e ho dovuto ricominciare da capo inserendo una nuova domanda sulle accabadoras, tutte sapevano, ma non me ne avevano parlato semplicemente perché non glielo avevo chiesto”. Difficile rintracciare segni di una discendenza dalla stirpe delle terminatrici in Egidiangela: una Monica Bellucci intagliata nella carne dell’isola, che oggi conduce il tg di Videolina, Con grazia e levità comunque mi istilla il dubbio che al suo paese, attraverso il giustificativo di un rito purificatore, in passato fosse facile che al moribondo si desse anche un aiutino più concreto per passar a miglior vita. L’ appuntamento con l’ esperto di queste cose è davanti alla chiesa. Mi basta scambiare le prime parole con Michelangelo del Rio, il sacrestano del defunto parroco di Sindia, per capire che da quelle parti la morte è ancora profondamente intrisa con il quotidiano. Noi metropolitani, rifletto, ci liberiamo di ogni pensiero oltre la vita in quelle discariche di rifiuti umani a perdere che sono le moderne periferie-cimitero. Indifferenti agglomerati che sono identici alle periferie di ancora viventi. A Sindia, al contrario, fino agli anni 80 era possibile affittare prefiche professioniste specializzate in lamentazioni funebri a soggetto. Le “attittadoras” nutrivano il morto in partenza con le loro lacrime. Erano“allattatrici” perché solo chi sa dare la tetta a un bimbo per nutrirlo, è capace della dolcezza estrema di un trapasso assistito. Ancora mi si racconta di teschi sottratti al vecchio cimitero per seppellirli all’ entrata dell’ ovile, maniera efficace per fermare la moria del bestiame: “poi comunque lo rimettevano al posto suo”. Mi si spiega come si apparecchia la tavola per la cena ai propri defunti tra il primo e il due novembre, quando le campane suonano a morto per tutta la notte senza fermarsi mai.
Io voglio saper delle accabadoras. Il sacrestano la prende alla larga, poi finalmente dopo un lungo giro tra magia e folklore, ci arriva. Si va in cantina e finalmente saltano fuori due esemplari di “giuale”. Il giogo che Egidiangela mi aveva descritto come elemento clou dei suoi studi. Era considerato un oggetto quasi sacro, chi lo rubava veniva giudicato peggio che un omicida, aveva tolto a una famiglia il più importante strumento di lavoro. Chi aveva una lunga agonia si pensava in crisi di coscienza per quel tipo di delitto e quindi per farlo finalmente morire in pace occorreva passare un giogo sul suo corpo. Poco dopo il rito pare che se ne andasse sereno.
M
ichelangelo non si fa più pregare: “L’ ultimo su giuale è stato fatto a un uomo che conoscevo bene negli anni 80, lo avevano trovato ferito in campagna l’ avevano vegliato per otto notti in agonia, fino a che qualcuno disse che se non moriva forse aveva rubato un giogo…”
   Il rituale chi lo sa non lo dice, poi non ne parlano volentieri, hanno paura, ma il giogo sterminatore incombe nelle dicerie del paese: “Noi si sa che il giogo che sta in tale casa è stato messo a quella tal persona. Porta il nome di chi ha accompagnato alla morte.” La malizia dell’ interesse per un’ eredità ha il sopravvento sulla sacralità di questa tradizione, ammessa e rinnegata allo stesso tempo, in un episodio di eutanasia interessata che qui tutti conoscono: “ Una quarantina d’ anni fa in una casa non lontana da qui era arrivato un ospite- racconta ancora Michelangelo sotto il ritratto di un abate servo di Dio al centro del suo salottino mistico- era un signore della provincia di Sassari, compare d’olio santo di un nostro paesano. Aveva un carro, una casetta, stava bene, non era nemmeno vecchio, ho trovato il suo atto di morte nell’ archivio parrocchiale. Non era loro parente, ma aveva tenuto un figlio a cresima. Arriva qui che era già moribondo. Poco dopo in tutto il paese sa che è morto, si chiamava Ziu Flore. Suonarono le campane a morto e l’ avevano composto sul tavolo all’ ingresso di casa, ma i bambini si accorgono che respirava ancora. Viene il medico condotto accende un fiammifero sotto le narici, respirava davvero! Il dottore lo fa riportare a letto e sgrida la famiglia, chiede se sono impazziti quello è ancora vivo. La padrona di casa però aveva una sorella che cacciava i denti, faceva la levatrice e …le altre cose. Dopo una mezz’ ora le campane suonarono nuovamente a morto. Questa volta, dopo il passaggio dell’ accabadora si era sicuri che non avrebbe più respirato.”
Michelagelo muove i due gioghi di famiglia, mi spiega il rituale; al malato veniva passato il giogo lentamente sulle gambe, sul petto, si recitavano le formule che dovevano alleviare la sua coscienza dal fardello pesante del giogo rubato che gli impediva di morire in pace. Alla fine gli veniva sollevato il capo e il giogo gli veniva passato dietro alla nuca da due assistenti che lo reggevano agli estremi. Pare che, finalmente rappacificato con gli antichi codici, la vittima morisse di li a poco. Certo che nella simulazione è sin troppo chiaro che, in quella circostanza e su una persona già soffrente e debole, un colpo ben assestato di quella trave sagomata, di legno massiccio e ben pesante, su una vertebra del collo sarebbe scuramente da considerarsi fatale.
Ora siamo in Gallura, Pier Giacomo Pala direttore del museo etnografico di Luras ha impiegato 12 anni per ritrovare l’ unico esemplare di “su mazzolu”, l’ attrezzo in legno nodoso e selvatico di olivastro che da quelle parti la femmina accabadora usava per sfondare il cranio ai suoi pazienti: “Era il 1981, l’ accabadora lo aveva nascosto in un muretto a secco vicino a un vecchio stazzo che una volta era stato la casa sua. Un vecchio mi aveva parlato di quella donna, ma non si ricordava il nome, ho fatto tutte le ricerche possibili sulle levatrici che operavano a Luras fino a prima dell’ ultima guerra e alla fine ho capito di chi si trattasse.”
    Il dottor Pala sostiene che il suo mazzolo sterminatore, di cui va molto fiero, sia senz’ altro l’ ultimo ancora in giro. E’ immortalato in tutte le foto del museo. Bello, anche lui pesante, di legno lucido che sembra ferro. Lo espongono in un simpatico diorama, è appoggiato sul cuscino del lettone di una tipica camera gallurese. Il letto, il cuscino, su mazzolu… e l’ accabadora aveva tutto quello che le serviva per la sua utile bisogna.
Il raro mazzolu per terminare è diventato oggi il gadget più richiesto tra i tanti souvenir in vendita all’ uscita del museo. Riprodotto in un ciondolo d’ argento saltella inoffensivo tra i seni delle visitatrici, le pronipoti di accabadoras lo hanno trasformato in uno scherzo deterrente per le tentazioni adultere dei loro uomini.
E’ In Barbagia, nella Sardegna più restia all’ onta della civilizzazione, che l’ accabadora ha un modo di operare che la rende ancora più vicina a una madre. E’ a Orgosolo, che il professor Bucarelli ci aveva detto, negli anni 50 ancora qualcuno apriva le porte di casa all’ accabadora, qui è figura di mitologie dimenticate, quando operava era come se volesse risucchiare la vittima attraverso la matrice che l’ ha generata. A Desulo c’ è un proverbio: “Canno lompia est s’ ora, benit s’accabadora” Quando è il momento lei arriva: “Se qualcuno era malato e soffriva molto la famiglia chiamava questa donna che andava e lo strangolava, la pagavano cinque litri di grano o come potevano- è la trascrizione del racconto di Maria Fiori classe 1902. E’ morta nel 96, ma è stata una delle poche testimoni dirette del rito- l’ accabadora non era benvoluta, ma neppure odiata, nessuno comunque la frequentava perché ammazzava la gente. Era indispensabile perché non c’ erano le medicine per non far soffrire.” E dai ricordi di chi vive da quelle parti sembra che la sterminatrice di moribondi abbia lasciato quasi un fondo di nostalgia per come compiva quell’ atto estremo suscitando terrore ed erotismo incollati assieme.
La donna si accovacciava dietro al capezzale e stringeva la testa del morente tra le sue gambe. Lo accarezzava e cominciava a cullarlo come fosse un bambino. Gli cantava la stessa ninna nanna che lui si sarà sentito cantare dalla propria madre, quando finalmente l’ agonizzante torna infante lei lo uccide con la forma più sensuale di strangolamento. Se non basta lo soffoca con un cuscino. Antonangelo Liori, nativo di Desulo, ha ricostruito storie di simili abbracci letali in anni di ricerca in Barbagia e più in generale nell’ area del Nuorese. Ha variamente scritto su demoni, miti e riti della Sardegna: “Ho interrogato una signora di Belvì, molto anziana morta un paio di anni fa, mi ha raccontato di queste donne che uccidevano per mestiere. In particolare mi ha parlato di un’ accabadora nota a tutti come il corvo, perché vedova. Quando questa nel 1922 si prese tra le gambe Il figlio di un certo Antioco, con cui la sua famiglia era in lotta per una vecchia faida, la signora compose una canzoncina per ricordare l’ evento.”I versi sono crudi e intrisi di sete di vendetta: “su figiu 'e antiogu mortu in coa 'e crobu tinni etto 'e fogu de fogu tinne etto e a s'Iferru t'imbetto”. il figlio di Antioco è morto nel grembo del corvo, ti ricoprirò di fuoco, di fuoco di ricopro, e ti aspetto all'inferno”. Catena di sangue eterna e spietata che nemmeno la sterminatrice riesce a spezzare. L’ odio non ammette attenuanti, alla donna sarà sembrata una morte troppo invidiabile, quando ha visto l’ accabadora che strozzava quel nemico di famiglia stringendolo tra le cosce.

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postato da rivoltoso alle ore 16:56
giovedì, 21 settembre 2006

Convivenza? Matrimonio?

L'amore si nutre di vicinanza,ma muore di contatto

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postato da rivoltoso alle ore 15:33
martedì, 19 settembre 2006

Belpaese
Rosso sangue
Fabrizio Gatti durante la raccolta
Il padrone ha la camicia bianca, i pantaloni neri e le scarpe impolverate. È pugliese, ma parla pochissimo italiano. Per farsi capire chiede aiuto al suo guardaspalle, un maghrebino che gli garantisce l'ordine e la sicurezza nei campi. "Senti un po' cosa vuole questo: se cerca lavoro, digli che oggi siamo a posto", lo avverte in dialetto e se ne va su un fuoristrada. Il maghrebino parla un ottimo italiano. Non ha gradi sulla maglietta sudata. Ma si sente subito che lui qui è il caporale: "Sei rumeno?". Un mezzo sorriso lo convince. "Ti posso prendere, ma domani", promette, "ce l'hai un'amica?". "Un'amica?". "Mi devi portare una tua amica. Per il padrone. Se gliela porti, lui ti fa lavorare subito. Basta una ragazza qualunque". Il caporale indica una ventenne e il suo compagno, indaffarati alla cremagliera di un grosso trattore per la raccolta meccanizzata dei pomodori: "Quei due sono rumeni come te. Lei col padrone c'è stata". "Ma io sono solo". "Allora niente lavoro".....
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postato da rivoltoso alle ore 21:34
venerdì, 15 settembre 2006

E' lutto per Oriana.

(Olycom)
Ci piace ricordarla quando era sana (non "giovane e bella", Jovanotto!) e dava di sputacchione ad Arafat

"Troy will burn, Troy will burn," shouts Miss Fallaci from her perch on a beige silk chair, shapely legs and high heels folded beneath her. She is the Cassandra of Homer's Iliad, warning that, like Troy, the West is doomed.

"They say, 'There goes that crazy woman again.'" But Troy will burn because they have no passion, and they conduct this war with fear. If you go on being deaf and blind, you will be dead."

Gesturing to rows of books covering the walls and carpets, she says: "These books, I don't want them burned. I am worried for these books."

"La Fallaci," as she is sometimes referred to in Europe, has a commanding presence. Her slim, petite figure in a black jersey and gray skirt rarely sits still. All opinions must be acted out in a dramatic pantomime, often while standing.

The expressive blue eyes, widened by black eyeliner, recall the stunning looks of her youth. The flowing, dark hair has been replaced with a chignon fastened by a Spanish comb. Large pearl rings and red nail polish flash as she makes a point.

"The Italian police called the FBI and told them to keep an eye on me, but I know how to defend myself. I shoot very well," she says.

"And when the phone calls come, I tell them their mothers, sisters and daughters are all together working in a brothel in Beirut. Strangely enough, they say, 'OK' and hang up," in shock, she suspects. ...

Those who make the threatening phone calls have miscalculated. Miss Fallaci is back, loud and clear.

"I cannot be intimidated," she says, her raucous voice inviting the enemy in. "Each time they try to scare me, I will write something more ferocious. I will double the dose of my rage and my pride and write more and more against them, for the rest of my life."

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postato da rivoltoso alle ore 14:43
giovedì, 14 settembre 2006

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postato da rivoltoso alle ore 00:04
giovedì, 14 settembre 2006

Oggigiorno
C'è da avere paura ad avere un cuore
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postato da rivoltoso alle ore 18:49
mercoledì, 13 settembre 2006

PARIS HILTON  ARRESTATA PER GUIDA IN STATO DI EBBREZZA.
CREDO DI AVERLA VISTA SU INTERNET SOTTOPORSI ALLA PROVA DEL PALLONCINO
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postato da rivoltoso alle ore 18:10
mercoledì, 13 settembre 2006

Non essere troppo giusto, nè savio oltre misura.
15 Ecclesiaste 7
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postato da rivoltoso alle ore 18:10
lunedì, 11 settembre 2006

In fondo imbarazzare una donna è il grande, forse l’unico, piacere dell’uomo.

Se la fica non è oggetto di concupiscenza, ma piuttosto di disgusto, lo è però, e al massimo grado, quella sua sorta di doppelganger, di “doppio”, di “alter ego” che sono le mutandine con le quali vive in simbiosi, dove le mutandine rappresentano la cultura e la fica la natura.
Togliere o abbassare le mutandine a una donna significa spogliarla del suo involucro culturale e sociale, e ricondurla, materialmente e simbolicamente, alla condizione di femmina, degradarla da persona, con uno status, un orgoglio, una dignità, ad animale. Il passaggio dal vestito al nudo, dalla donna alla femmina, è più evidente se le mutandine restano abbassate invece di essere tolte completamente. Se infatti lei è interamente nuda viene meno il termine di raffronto. C’è la femmina, ma manca la donna. Una donna è veramente nuda, in quanto donna, solo quando è semivestita. Perché la degradazione rilevi è quindi necessario che sul corpo nudo di lei resti qualche elemento che ricordi la donna. Possono essere gli orecchini, la collana, i braccialetti, l’orologio, la catenella intorno alla vita o al piede, il reggiseno, la camicetta, le scarpe, ma con le mutandine a mezz’asta si raggiunge la perfezione. Non solo perché sono l’ultimo indumento, il più intimo, la fica in chiave simbolica e metafisica, ma perché sono state tirate giù laddove gli altri elementi dell’abbigliamento restano su. Le mutandine abbassate sono dignità e orgoglio di donna abbassati e degradati, la collana o la camicetta o le scarpe sono quanto ne rimane. Con le mutandine a mezz’asta è lei stessa a mezz’asta, non più completamente donna ma non ancora interamente femmina. Per cui l’uomo può godere, contemporaneamente, di entrambe, della donna degradata e della femmina nuda.
Le mutandine hanno un fondo, ispezionarlo è la violazione massima dell’intimità di lei. Guardare la nudità di una donna, anche nei suoi anfratti più nascosti, implica un giudizio sul suo corpo, ma guardare il fondo delle sue mutandine significa sottoporre a esame le sue emozioni più intime e segrete, la sua personalità e soprattutto la sua pulizia che è l’intrusione capitale. Perché nel mondo moderno e borghese la pulizia, il decoro, l’ordine hanno un valore primario, tanto che il passaggio dal medioevo all’età borghese può essere definito anche come il passaggio dallo sporco al pulito. Non essere trovate “in ordine” imbarazza terribilmente le donne e in fondo imbarazzare una donna è il grande, forse l’unico, piacere dell’uomo. Penetrare quest’ultima intimità è il privilegio assoluto dell’amante. Non possiede la propria donna chi non conosce il fondo delle sue mutandine. Il resto è un optional.
La discesa delle mutandine è il momento della verità, il più emozionante, soprattutto se si tratta della prima volta. E’ la dichiarazione di resa e la presa di possesso. Bisognerebbe poter rivedere al ralenti l’istante in cui le mutandine, sotto la cedevolezza resistente dell’elastico, che dilata e ritarda per qualche attimo la capitolazione, lasciano con un lieve scatto gli umidori del sesso, rivelando il proprio interno, ormai vinte, per poi discendere fluidamente, con un fruscio leggero, lungo le gambe.
Le mutandine hanno da essere usuali, senza svolazzi, comprate in un negozio normale, stando alla larga dagli specializzati dell “intimo” (espressione già di per sé volgarissima), di colore classico, bianche o nere, o, per la donna che voglia sbandierare fin da subito le proprie propensioni masochiste, rosa o azzurre. I pizzi, i volant, i nastri, gli orpelli vanno lasciati alle cinquantenni che hanno la necessità di puntare sull’involucro più che sul contenuto. Infiocchettare la fica va bene, per attenuare l’orrido, ma non bisogna esagerare. Da evitare i colori violenti, inusuali, il rosso, il viola, le mutandine tigrate o leopardate e quelle che hanno un’apertura in mezzo e che si comprano nei sex shop insieme al vibratore detto anche, familiarmente, “godimichele”. Lei non è una troia da casino, ma la ragazza della porta accanto che deve essere ridotta a troia da casino.
Quando in un libello che la pretende a erotico trovate espressioni come “Non mi sono messa le mutande per fare prima”, potete buttarlo subito nella spazzatura: si tratta di un romanzaccio pornografico e anatomico buono per le serve che si mettono il borotalco nel culo. Nel miglior romanzo di Alberto Moravia, “Gli indifferenti”, il massimo della tensione viene raggiunto quando lui, dopo averci girato intorno a lungo, le toglie le mutande.
Con le sue mutandine si possono fare molti giochi divertenti, sui quali però non è il caso di insistere, nemmeno qui dove pur si parla di concupiscenza. In ogni modo, com’è arcinoto, le mutandine si sfilano lentamente, facendole assaporare la capitolazione, e poi tenendole per un lembo con due dita e un’aria un po’ disgustata, le si sventolano per un attimo, come un trofeo, prima di mandarle con un gesto leggero, in cui non manca una sfumatura di disprezzo, a raggiungere sul pavimento il collant e gli altri indumenti caduti sul campo. Perché il destino inesorabile delle mutandine, indossate al mattino con orgogliosa sicurezza, è di fare una fine ingloriosa.
A festa conclusa gliele si restituisce porgendogliele con un sorriso ambiguo. C’è sempre qualcosa di frettoloso, di imbarazzato e di indispettito quando lei se le rimette. Lasciata alle spalle la femmina si rende conto, rientrando con quel gesto nei suoi panni quotidiani, dell’onore perduto come donna. Ma proprio il gesto di ritirarsele su, mentre per un istante ancora restano sospese come un ponte, sconciate fra le gambe leggermente allargate, prima di riprendere la posizione e la funzione cui sono, almeno apparentemente, destinate, sottolinea l’irrimediabilità dell’oltraggio (perché se le ritira su vuol dire, lapalissianamente, che prima erano state tirate giù).
Le mutandine, per la loro capacità evocativa, mantengono una forte carica erotica anche da sole. La loro autonomia è confermata, oltre che dal feticismo che si concentra su questo indumento più che su ogni altro, dal fatto che in epoche più pudiche non potevano essere nemmeno nominate e venivano chiamate les inexpresibles, le indicibili. E ancora oggi si preferisce parlare di slip (che sono anche da bagno e quindi più neutri) o, nel lessico familiare, di braghette che è un termine vago e onnicomprensivo.
Se i due elementi del “doppio” possono, dal punto di vista erotico, esistere anche a se stanti, è in dubbio che è in simbiosi che raggiungono la loro massima potenza. Accarezzare il sesso di lei da sopra le mutandine è uno dei piaceri più puri, fa percepire pienamente la fica con però l’inestimabile vantaggio di avere al tatto una superficie liscia e coerente, invece che una carne frastagliata, informe, fradicia. La simbiosi tocca la perfezione quando lei le bagna, dando silenziosa e inequivocabile notizia di una resa già totale (credo che non ci sia nulla di più elettrizzante di una donna interamente abbigliata e appena sfiorata che, con candore disarmante, ti confessa: “Sono tutta bagnata”. Dove in quel tutta c’è il suo identificarsi con il proprio sesso: l’abbandono alla femmina nel momento però in cui, vestita, è ancora donna).
Essenziali e insostituibili, tanto da suscitare l’interrogativo di come gli uomini riuscissero a eccitarsi nelle epoche buie in cui le donne non le portavano (dovevano fare con la fica nuda e cruda, poveracci). Le mutande cominciano a essere usate abitualmente con la rivoluzione industriale e la produzione di massa dei tessuti. Prima l’ultimo indumento era la camicia, da cui l’obsoleto e ormai incomprensibile “restare in camicia” sostituito da “restare in mutande”.
La civiltà occidentale ha inizio con le mutande che, dopo una lunga evoluzione e vari aggiustamenti (caleçons, mutandoni di batista lunghi fino alla caviglia o al ginocchio, calzoncini con i bottoni, culottes), trovano la loro perfezione e l’apogeo nel bikini (che valorizza contemporaneamente anche il seno staccandolo dal resto del corpo) che non a caso prende il nome da un atollo dove fu sperimentata l’atomica. La Bomba e il bikini sono l’emblema della moderna civiltà industriale. E le mutandine, insieme al cesso in casa, la sola invenzione che la giustifichi.
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postato da rivoltoso alle ore 11:05
sabato, 09 settembre 2006

A prostitute is someone who would love you / No matter who you are, or what you look like.
That's not why you pay a prostitute, no, you don't pay her to stay, you pay her to leave afterwards.


"Alzi la mano, e gli sia mozzata per menzogna manifesta, chi dopo il "ciulum" non vorrebbe che lei si volatilizzasse, via, rauss, "foera de ball".
"


Da South Park, puntata "Ciccia Che Ti Riciccia" ("Fat Camp")", quarta serie episodio 15.
I ragazzi chiedono a Chef cos'è una prostituta.
Chef:
" Ragazzuoli,una prostituta è una che....viene pagata per certi servizietti".
Ragazzi: "Ad esempio?"
Chef: "Come farti compagnia....avete capito?"
Ragazzi: "No"
Chef: "Vedete, a volte un uomo ha bisogno di stare con una donna, ma a volte quando l'amore finisce la donna vuole solo parlare, parlare, parlare...."
Chef prosegue cantando: "Una prostituta ti amerà, non importa chi tu siaaaa,ci potete giurar / Ma a una prostituta non serve questo, non incassa per restaaar, incassa per andaaaar"
Si unisce James Taylor: "Una prostituta è come le altre donne, te la da per interesse e ci guadagna beeeene"

Poi arriva la direttrice e Chef fa una reprimenda a James Taylor: "Cosa diavolo ci fai qui a cantare di prostitute a questi ingenui ragazzuoli? Sparisci subito" 

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