Hommes rèvoltè
Utente: rivoltoso
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Legge 07/03/2001 n. 62 Ehi tu! Si, tu! Penserai mica che queste minchiate siano un prodotto editoriale, vero? Ah,mi pigli per scemo,eh? Pensi che non mi bastino 21 giorni di arresti domiciliari che mi sono fatto per aver scritto sul mio vecchio blog,eh? Controlla per benino, e scoprirai che questo blog viene aggiornato senza alcuna periodicità. Se non sapevi che, privo di questo requisito, un blog non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge 62 del 7/3/2001, informati meglio! Comunque,le immagini pubblicate sono quasi tutte tratte da internet e quindi valutate di pubblico dominio: qualora il loro uso violasse diritti d'autore, l'autore suddetto me lo dica,che le rimuovo subito(non ho intenzione di pagare un euro). Si avvisano altresì gli utenti(soprattutto ragazze borderline particolarmente permalose e dalla denuncia facile e menzognera) che qualunque messaggio ritenuto eccessivamente volgare e/o offensivo nei confronti di altri utenti o del tenutario sarà insindacabilmente cancellato.
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postato da rivoltoso alle ore 19:37
venerdì, 30 giugno 2006

I bacini di Erica Jong, valletta mancata

L’ultimo libro di Erica Jong l’ho comprato perché avevo un buono sconto. Nulla contro l’autrice ma – se è vero che ogni scrittore riscrive sempre lo stesso libro – quello di Ms. Jong è particolarmente uguale a se stesso, e a mio parere è bene leggerlo, in una qualunque sua forma (“Come salvarsi la vita”, preferibilmente, più in forma di “Paura di volare”), in quell’età più propensa alla sospensione del senso del ridicolo denominata adolescenza. Dunque “Seducing The Demon” (Penguin, 22 dollari e 95) non l’avrei mai comprato, non avessi avuto un buono sconto da spendere in giornata da Borders, e non fosse stato qualche centimetro più piccolo di Ann Coulter (le borse non sono mai abbastanza capienti, in viaggio). Ma sto divagando. Il punto è che subito dopo ho preso un aereo per Fiumicino. Essere state lontane dall’Italia per la più parte delle ultime due settimane mi aveva escluso da ciò di cui voi tutti nel frattempo avete goduto, fingendo di scandalizzarvene (art. 1: L’estate romana è fondata sulle intercettazioni). Sono tornata, e avevo molte conversazioni su temi a me affini quali le belle porcelle e la di esse collocazione nei palinsesti, da leggere, e molta insonnia da fuso orario da riempire, e un nuovo motto nazionale da segnare sull’agenda per farlo stampare sulle magliette (“Ore undici” “Chi ci trombiamo?”). Le intercettazioni sono finite troppo presto, e mi sono messa a sfogliare Erica Jong. E’ un memoir, ovvero Erica racconta la propria vita (questa volta non facendo finta che essa vita sia un romanzo ed essa Erica sia il personaggio di fantasia Isadora Wing), e la racconta perlopiù attraverso incontri con gente famosa. Siccome è americana, invece di farsi intercettare accrescendo le tirature di quotidiani non disposti a riconoscerle una percentuale ci scrive un volume per il quale percepire royalties, ma per il resto la sua smania di farsi bella con frequentazioni note non è differente da quella che gira intorno al bar Vanni, solo linguisticamente più evoluta. (art. 1: L’Italia è una repubblica fondata sul namedropping. art. 1bis: per essere namedropper non è necessario conoscere il significato della parola, tantomeno saperla pronunciare. art1ter: sarebbe opportuno che, essendo sport nazionale, il namedropping avesse un nome italiano, più specifico di “mitomania”; è d’altra parte vero che neppure la Schadenfreude, il gioire per le altrui disgrazie che è sport mondiale, ha una decente traduzione dal tedesco).
Insomma, succede che a pagina 32 una giovane Erica, che fin lì ha pubblicato poesie e sta scrivendo “Paura di volare”, va all’Algonquin con un editore (di cui non fa nel memoir il nome, perché c’è un limite al namedropping, e quel limite lo passi pulendoti l’angolo della bocca col dorso della mano). L’editore le dice che è prontissimo a darle cinquecentomila dollari di anticipo, e intanto le mette una mano sulla coscia. Erica è giovane ma non scema: capisce che c’è qualcosa di strano. Poi lui le dice che colleziona libri antichi, e vuoi salire da me a vedere la mia collezione – mi correggo, forse è giovane e scema. Di certo, lo scannatoio dove lui la porta a rimirare la prima edizione di Foglie d’erba è nello stesso palazzo in cui ha sede il New Yorker, e son cose che su certe ragazze fanno colpo. A pagina 37, secondo lei in unisono con Whitman, la giovane Erica è già “in ginocchio davanti all’anziano editore” – e, in caso ci speriate: no, non è una metafora. Alla frase successiva gli sta “succhiando il flaccido arnese” – traduzione americana per “ci siamo fatti le coccole e scambiati dei bacini”. (Ad attenuante, va detto che prima di Whitman egli le aveva mostrato Endimione, intesa come una prima edizione di Keats, e su Erica Keats fa colpo quanto Carlo Conti su una ragazza italiana). La cosa va avanti per un po’, giacché il nostro eroe ha difficoltà a mantenere l’erezione. Alla fine la mascella della nostra eroina è stremata ed ella è un po’ stizzita con se stessa: è pur sempre una femmina, educata a non parlare di compensi ma a sbattere graziosamente le ciglia in attesa che gli uomini graziosamente concedano adeguate spettanze; insomma, alla domanda “Cosa posso fare per te?” non ha osato rispondere come avrebbe voluto: “Una prima edizione non sarebbe male. O anche due”. Nei giorni successivi s’illude per un istante d’aver ottenuto senza domandare: le arriva a casa un pacco. Contiene un biglietto di ringraziamento, e un facsimile della prima edizione di Foglie d’erba. Naturalmente questo è un racconto edificante, e la morale sta nella battuta con cui Erica spiega il doloroso senso di tradimento provato: “Io non gli avevo fatto un facsimile di pompino!”.
Mentre Erica passava oltre, battendosi il petto per averla data al marito di Martha Stewart e sostenendo d’essere l’unica sulla terra ad averla rifiutata a quello di Sylvia Plath, io tornavo alle intercettazioni, e capivo che cosa non mi convinceva. Erano i nomi. Io sono una casalinga di Hannover. Intesa come quella che Enzensberger (che naturalmente non ho letto, ma lo citava Michele Serra in un’intervista a Gino&Michele sulla rivista della Smemoranda quando io e la Gregoraci e la Monsè eravamo piccole) contrapponeva al monaco cistercense: lui aveva trecento nozioni che formavano una cultura, lei tremila che però erano nomi di cantanti e di shampi, e quindi era una poveraccia. Io non so niente, ma so i nomi delle Letterine, e delle creme per la cellulite, e dei tronisti e delle sottomarche dei Quattrosaltiinpadella. Io queste cose le so. E io Elisabetta Gregoraci, prima di Briatore, non l’avevo mai sentita nominare. Maria Monsè, poi, sarebbe stato l’esempio che avrei fatto se mai qualcuno mi avesse chiesto il nome di una fanciulla che ci provava da un decennio senza mai farcela. Voglio dire, persino Flavia Vento ha fatto più carriera di Maria Monsè. E allora perché, nel mucchio di giornali arretrati che stanno vicino al mio letto e che compulso avidamente, tutti parlano del noto quanto esecrabile sistema della assunzioni Rai a mezzo pompe (cioè: coccole), finalmente venuto allo scoperto? Perché, se tutte le pompe intercettate (poi, pompe: è tutto da dimostrare – art 1, l’Italia è una repubblica fondata sul millantato priapismo, lo si studia alle scuole medie in educazione civica, e infatti l’indagato strabuzza gli occhi di fronte all’inquirente: mica ci avrà creduto davvero, era chiaro che erano vanterie infondate, no?), se, dicevo, tutte le conversazioni vertono su fanciulle che hanno fatto molta meno strada dell’ultima delle Letterine? Tutti quelli che si scandalizzano perché le fanciulle – invece di offrire i propri orifizi a tizi con la forfora sulla giacca – non studiano, tutti costoro si rendono conto dell’enormità di ciò che dicono? Di quanto sia più dura gavetta darla in giro (continuando a sorridere perché il datore di pisello non perda mai di vista la tua fotogenia) che non fare uno stupido corso di recitazione? Il giorno in cui mi dimostreranno che la strada a forza di pompe se l’è asfaltata una che presenta Sanremo, allora inizierà a sembrarmi uno scambio equo. Ma intanto, se devo credere alle intercettazioni, il messaggio per il paese, per le future generazioni, per la televisione che verrà, è uno, e assai pericoloso: a fare pompe non si fa carriera. Stavo per crederci, poi ho ripreso in mano “Seducing The Demon”, e ho letto le note sul risvolto di copertina. “Paura di volare ha venduto diciotto milioni di copie”. â– 
Guia Soncini
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postato da rivoltoso alle ore 17:06
venerdì, 30 giugno 2006


Tratto da “Chiamatemi Pablo Ramone”, di Pablo Echaurren, Fernandel
Quando sento Tommy o Marky stantuffare e picchiare come magli sulla batteria e sui miei più intimi frattagli con quella cadenza poderosa-cavernosa che pare scaturire da tamburi in vera cotenna d'elefante, mi chiedo come sia stato possibile che l'intero universo non abbia ancora recepito e di conseguenza non abbia ancora tributato la propria eterna riconoscenza a loro, ai Ramones. Per l'opera prestata e quella pestata. Con una mazza da baseball.
Come è possibile che non siano ancora considerati la massima espressione dell'arte contemporanea. Sotto tutti i punti di vista.
Musica, letteratura, pittura, teatro, cartoon, humour noir, abbigliamento, acconciatura.
L'umanità è davvero tanto scervellata, ciecata, assordata dal nulla, da non riuscire a afferrare quale immane poesia si sprigioni dalla stupidità dai Veloci Quattro?
A parte, naturalmente, i milioni e milioni di cretini come me che hanno anche solo intimamente saltellato (Cretin hop) e pogato al pompare sfrenato introdotto dal one-two-three-four di quell'intronato di Dee Dee.
Eppure, voi raffinati intellettuali, avete avuto modo di apprezzare il minimalismo beota di Aldo Palazzeschi, le imbecillità di Tristan Tzara, le amenità gratuite di Francis Picabia. Dovreste essere vaccinati, dovreste essere informati del fatto.
Che l'idiozia è una forma superiore di conoscenza, una specie divina di trashendenza.
Dovreste conoscere a menadito quali scenari si aprano di fronte a chi assume programmaticamente la posizione del minus habens, del decerebrato, dell'idrocefalo matricolato. L'intera visione aurorale dell'innocenza primordiale - da Jean-Jacques Rousseau a Giovanni Pascoli a Jean Dubuffet - si dipana davanti ai suoi occhi come una pellicola vergine non ancora impressionata da alcuna scuola di pensiero dominante. Energia pura. Una radura incontaminata. Prima che sopraggiungesse Eva e cogliesse la mela provocando il ben noto sfracello smucinarello.
Provate a auscultare anche un solo cd dei Ramones. O l'intera discografia.
Tanto i loro pezzi sono tutti uguali e tutti bestiali, elementari quanto basta per essere sublimi, celestiali. Composti da tre accordi per una manciata di secondi.
Capaci di imprimere il proprio marchio distintivo alla percezione stessa dell'esistenza. Una volta che li avete sentiti siete fottuti, non ve li togliete più di dosso. Si incistano sotto pelle, vi afferrano per le palle e non vi mollano. Garantito.
Dopodiché il resto appare superfluo, retaggio di un passato superato dagli eventi, tragicamente arretrato.
Beatles, Rolling Stones, Jimi Hendrix, impallidiscono, non gli stanno dietro, arrancano. Belle statuine strapiene di talento, nessuno lo nega, ma leggermente spente. Lente.
Pensateci bene e vedrete che non c'è nessuno che possa vantare un immaginario possente come i Fast Four (da non confondere con i Fab Four di Liverpool), nessuno in grado di tenergli testa sul miglio lanciato, nessuno all'altezza di allacciargli le stringhe delle loro scalcagnate e very impregnate scarpe da ginnastica, assai più stupefacenti e putrescenti delle “Giant Gym Shoes” di Claes Oldemburg.
Per non dire dei loro jeans sderenati che non hanno niente da invidiare ai polimaterici di Bob Rauschenberg, con sfrangiature che superano in consunzione i migliori Burri e tagli sulle ginocchia che avrebbero fatto impallidire il trincetto di Lucio
Fontana. Così come il loro seal presidenziale rettificato è molto più pop degli half dollar velati di Sua Trasparenza Franco Angeli. Eppure...
Eppure la cultura dominante non se li caca di pezza. Li considera mondezza. Roba da ritardati, da cenciosi, da pedicellosi che si rifiutano di crescere.
Non io. Io ne sono schiavo, succubo, ci sbavo sopra da mane a sera.
Mia moglie avrebbe il sacrosanto diritto di chiedere il divorzio per crudeltà auricolare. Ma - primo - è un angelo caduto in terra, comprensiva, caritatevole, rassegnata, povera donna. Secondo, io non smetto, non ammetto discussioni, non defletto. Li sparo a tutta manetta. Chi c'è c'è.
Altrimenti non riuscirei a deconcentrarmi e lavorare, pittare, ponzare. A creare.
Il riff col polso mollo di Johnny, Joey ieratico - una gamba avanti e l'altra indietro - che agita il pugno e singhiozza aggrappato all'asta del microfono come un cicognone, Marky (o Tommy) chino sui suoi pachidermi, Dee Dee spavaldo col basso in posizione subinguinale. Non mi serve altro. Stacco la spina e mi lascio dolcemente lobotomizzare.
Hey ho, let's go.
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postato da rivoltoso alle ore 22:46
giovedì, 29 giugno 2006

Sono malato?
Perchè resto in casa con questo caldo, in preda a claustrofilia, e perchè sento assai allusiva questa splendida poesia

Le Golose
Io sono innamorato di tutte le signore
che mangiano le paste nelle confetterie.
Signore e signorine -
le dita senza guanto -
scelgon la pasta. Quanto
ritornano bambine!
Perché nïun le veda,
volgon le spalle, in fretta,
sollevan la veletta,
divorano la preda.
C'è quella che s'informa
pensosa della scelta;
quella che toglie svelta,
né cura tinta e forma.
L'una, pur mentre inghiotte,
già pensa al dopo, al poi;
e domina i vassoi
con le pupille ghiotte.
un'altra - il dolce crebbe -
muove le disperate
bianchissime al giulebbe
dita confetturate!
Un'altra, con bell'arte,
sugge la punta estrema:
invano! ché la crema
esce dall'altra parte!
L'una, senz'abbadare
a giovine che adocchi,
divora in pace. Gli occhi
altra solleva, e pare
sugga, in supremo annunzio,
non crema e cioccolatte,
ma superliquefatte
parole del D'Annunzio.
Fra questi aromi acuti,
strani, commisti troppo
di cedro, di sciroppo,
di creme, di velluti,
di essenze parigine,
di mammole, di chiome:
oh! le signore come
ritornano bambine!
Perché non m'è concesso -
o legge inopportuna! -
il farmivi da presso,
baciarvi ad una ad una,
o belle bocche intatte
di giovani signore,
baciarvi nel sapore
di crema e cioccolatte?
Io sono innamorato di tutte le signore
che mangiano le paste nelle confetterie.
Guido Gozzano
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postato da rivoltoso alle ore 19:19
giovedì, 29 giugno 2006

Sesso e potere
Infelici i popoli convinti che comandare sia meglio che fottere. Opinione pressochè universale, del resto, compreso il locale notturno moscovita di cui mi ha raccontato ieri Toni Capuozzo - che a sua volta ne ha sentito il racconto, lui certi locali non li frequenta. Vi si espone una lista di servizi e tariffe, che vanno dal palpeggiamento di ragazze, 50 dollari, al rapporto orale, 100, al rapporto completo, 150. In cima alla lista, al prezzo di 500 dollari, c'è il piacere più forte: il licenziamento di un cameriere, a scelta.
Adriano Sofri
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postato da rivoltoso alle ore 16:18
giovedì, 29 giugno 2006

Norimberga Today
Mancano Hitler e Goebbels, Moggi e Giraudo. Il Galliani Mussolini lo appenderanno a Piazzale Loreto?
calciopoli.jpg
COSI' MUORE L'INCHIESTA SU CALCIOPOLI  
Le cose dovevano andare così. Il Mondiale "liscio". Poi, a luglio, la luna nera. A giochi chiusi, Luciano Moggi, Pierluigi Pairetto e Paolo Bergamo devono essere arrestati...

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postato da rivoltoso alle ore 15:42
giovedì, 29 giugno 2006

Moduli Utili

(FAC SIMILE DA COMPILARE)
Raccomandata A.R.
:
(*) Al Parroco della parrocchia di:
……………………………………
……………………………………
data ………………………………
:
OGGETTO: istanza ai sensi dell'art. 7 del Decreto Legislativo n. 196/2003.
:
Io sottoscritto/a ……………………………………...........................………. nato/a a ………………...........................................….............…………… il ………….....……. e residente a …………………………………………………………… con la presente istanza, presentata ai sensi dell'art. 7, comma 3, del Decreto Legislativo n. 196/2003, mi rivolgo a Lei in quanto responsabile dei registri parrocchiali. Essendo stato sottoposto/a a battesimo nella Sua parrocchia, in una data a me non nota ma presumibilmente di poco successiva alla mia nascita, desidero che venga rettificato il dato in Suo possesso, tramite annotazione sul registro dei battezzati, riconoscendo la mia inequivocabile volontà di non essere più considerato/a aderente alla confessione religiosa denominata "Chiesa cattolica apostolica romana". Chiedo inoltre che dell'avvenuta annotazione mi sia data conferma per lettera, debitamente sottoscritta. Si segnala che, in caso di mancato o inidoneo riscontro alla presente istanza entro 15 (quindici) giorni, il/la sottoscritto/a si riserva, ai sensi dell'art. 145 del Decreto Legislativo n. 196/2003, di rivolgersi all'autorità giudiziaria o di presentare ricorso al Garante per la protezione dei dati personali. Ciò, in ottemperanza del Decreto Legislativo n. 196/2003 (che ha sostituito, a decorrere dall’1/1/2004, la previgente Legge n. 675/1996), in ossequio al pronunciamento del Garante per la protezione dei dati personali del 9/9/1999 e alla sentenza del Tribunale di Padova depositata il 29/5/2000. Si allega fotocopia del documento d'identità.
Distintamente.
:
Firma
………………………………..
:
Mittente:
………………………………..
………………………………..
………………………………..

(*) Nota: Nel caso non si ricordi della parrocchia del battesimo, la lettera va indirizzata al vescovo.

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postato da rivoltoso alle ore 15:40
giovedì, 29 giugno 2006

Cogne Rèvoltè

Marco Neirotti racconta su La Stampa che cosa dicono le 267 pagine della perizia psichiatrica della mamma di Samuele. Un testo davvero impressionante, anche per chi ha sempre evitato i Porta a porta sul caso.

Il segreto di Annamaria
La perizia per il delitto di Cogne: «Forse ha dimenticato»

TORINO. Brividi e malinconia e poi brividi ancora. E’ questo il mondo delle 267 pagine di perizia psichiatrica su Annamaria Franzoni. Una spedizione elegante e cauta, ma minuziosa e impietosa, in un deserto affollato, fra ogni carta, ogni parola, ogni sorriso o pianto della signora, in ogni voce che svetta nelle intercettazioni ambientali. Una spedizione dove gli esploratori della mente hanno a lungo riflettuto prima di sottoscrivere quell’affascinante formula psichiatrica che è lo «stato crepuscolare orientato» che in Aula vuole dire molto: «Evenienza di uno stato di infermità con valore di malattia e quindi con potenziale rilevanza agli effetti del vizio di mente».
E c’è un intero percorso di scienza e umanità, di legge e sguardo ampio quando i consulenti concludono: «E’ da ritenersi che lo stato di alterazione non fosse così profondo da determinare una completa esclusione delle capacità di intendere e volere. E’ verosimile, tuttavia, che fosse talmente grave da comportare una significativa diminuzione delle stesse ai sensi dell’art. 89 c.p.».
Stefano che urla
Annamaria sviscerata senza il suo assenso, ma con delicatezza. Addirittura tutto incomincia con una bibliografia, con i riferimenti di scuola. Poi l’incarico, la formalità e, finalmente, il viaggio. Verbali, deposizioni, annotazioni, tutto rivisto da più angolazioni. E’ questa la perizia in «assenza della periziata». E’ un racconto che mette pena quello di Stefano seduto sulla porta e continua a urlare il nome del figlio e piangere, «buttarsi a terra e urlare», lei che chiede di «farne un altro» e lui che non risponde. Questa non è un’indagine sulle responsabilità. E’ la narrazione di situazioni psicologiche o psichiatriche. Una rassegna continua: i momenti del ritrovamento del piccolo Samuele sono raccontati da tanti diversi punti di vista, da stati emotivi differenti, è una sorta di ricostruzione a tavolino di dati che possono eludersi fino a un certo punto, poi non più: «La donna non era certo sconvolta...». Relazioni dal carcere: «Il pianto che caratterizza l’intero colloquio non sempre corrisponde a un reale vissuto d’angoscia soprattutto nella assoluta mancanza di criticità rispetto al presente e alla detenzione».
Indagine storica
Quella di De Leo, Freilone, Galliani, Traverso è la perizia più improbabile in partenza e più solida in conclusione che si sia vista negli anni più recenti. Fanno gli investigatori senza dover decidere colpevolezze, fanno gli investigatori senza collaborazione dell’imputata. E’ possibile davvero? Bastano carte e riprese tv, bastano fuori onda e intercettazioni? Questa è la storia di un’indagine «storica» appunto ma priettata in avanti su una persona che c’è, è lì, non conosci, non vuole partecipare e tu devi raccontarla. Una perizia che è una lezione di lettura di documenti. C’è un approfondimento che, non fosse professionale, sembrerebbe - parlando di psichiatri - maniacale. «Percezione di un fatto grave di cui non conosce la natura»: tanto è meticoloso e delicatamente impietoso, tanto è investigativo della mente il percorso degli specialisti. «Mancanza dei riferimenti ai sentimenti provati in quel momento», «Costante riferimento alla felicità infranta», «Distacco emotivo dalla situazione».
Dati oggettivi
Come si fa a dire tutto questo? Ha senso leggere dati oggettivi senza interagire con chi di quei dati è protagonista? Loro sono sereni. E le 267 pagine sono, in effetti, sempre la spiegazione di se stesse, il perché si è arrivati a una riflessione, a un quesito, a una conclusione. C’è un’osservazione di ogni gesto, parola, contraddizione. Il pianto, per esempio. Dalla cartella clinica del carcere: «Piangendo con dispiacere forte, apparentemente», alle annotazioni su ogni singola manifestazione di tristezza. In queste pagine non c’è un passo, una riga di cinismo. C’è, invece, la caccia a ogni parola, gesto, smorfia per collegarle con tutto il resto. Impassibili, dedicano pagine a spiegare la loro cautela davanti a test, come il Rorschach o l’MMPI-2, che sono stati eseguiti da altri colleghi. Li leggono e ne tengono conto, anche se «non sembra possibile un preciso assessment globale per chi si trovi ad avere un materiale somministrato da terzi».
Mondo privato
Poi si arriva a ciò che fa infuriare il difensore Taormina: «Reperti multimediali riguardanti la signora Franzoni»: televisioni, interrogatori in aula, intercettazioni telefoniche e ambientali. E’ un capitolo, questo, che per i periti, per la loro ricerca, ha una rilevanza oggettiva enorme. Siamo al nodo, ai «segreti». Per noi, al di fuori, sarebbe morbosa curiosità, per loro è delicato distacco, pacata freddezza. Non possono domandarle cose che ha già ripetuto, stanno a visionare ogni parola o immagine. E’ soprattutto qui la svolta della perizia. A partire da pagina 126 si entra in un mondo privato di dialoghi, sfoghi, richieste d’aiuto che nessun giornalista ha il diritto di violare, almeno per quanto riguarda la madre che ha perso un figlio e che viene ritenuta colpevole. I periti rilevano il suo stato d’animo: «Non possono esserci accuse contro di lei, perché lei è una donna che soffre e tutti devono comprenderlo».
La «Bimba»
E’ la «Bimba» delle intercettazioni, la «Bimba» di ogni dialogo, la «Bimba» che, leggendo quelle pagine un poco è coccolata e un poco è un gioiellino cui si impedisce di crescere. Non a caso si parla di «egocentrismo narcisistico di stampo infantile». Pagine e pagine ancora di dialoghi carpiti dalle microspie. Servivano alle indagini, adesso sono servite agli specialisti per leggerci dentro pieghe della personalità. Di lei e di tutti quelli che le stavano intorno. I medici hanno rigirato ogni aspetto della vicenda, ogni attimo, guardandolo da ogni prospettiva, appaiando anche le deposizioni successive di chi è intervenuto sul posto, di chi ha aiutato, comparando le intercettazioni. Sono drammatici certi passaggi: Stefano Lorenzi le domanda «che cosa ti succede?». Lei risponde «di essere stata male» e poi piange. Nella perizia questo non significa nulla se non un sondino per viaggiare nelle emozioni. Lavorare su documenti non è come guardare negli occhi una persona. Ma quanto raccontano le carte, le voci, i volti in tv. E il cammino dei periti è lento: «Incapacità o grave difficoltà della signora a tollerare le sensazioni e i sentimenti spiacevoli, a fronte dei quali mette in atto meccanismi di difesa drastici di presa di distanza emotiva». Ed è triste per chi lo scrive il monitoraggio di una sofferenza sua e «mai a quella che può aver provato il bambino».
Rigore e umanità
C’è il rigore professionale, ma c’è l’accortezza dell’umanità in queste pagine. Ieri qualcuno ha anticipato una frase estrapolata, ma la «diagnosi» qui si legge come il porto più probabile di chi ha navigato tra scogli di parole e spezzoni di immagine per arrivarci: «All’epoca dei fatti versava in una condizione patologica definibile in termini di sindrome ansiosa in soggetto di personalità connotato da prevalenti componenti di tipo isterico».
I quattro medici ribadiscono che non competono loro giudizi di innocenza o colpevolezza. Anzi, nelle ultime pagine, entrano nel dettaglio del rapporto di Annamaria con se stessa e con la famiglia, con se stessa e con Samuele, scavano nei «due diversi livelli di coscienza». E chiudono un itinerario che la gente si domanda come sia possibile senza che lei si sia fatta vedere. Le 267 pagine raccontano proprio come è possibile una lente di ingrandimento che incrocia ogni nostra parola con ogni nostro gesto. Finendo in quello «stato crepuscolare» che dei manuali fa malinconia.

Gestapo psicologica?

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postato da rivoltoso alle ore 03:43
giovedì, 29 giugno 2006

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postato da rivoltoso alle ore 20:38
mercoledì, 28 giugno 2006

Se Guantanamo verrà chiusa, i detenuti pretendono, prima di essere liberati, almeno tre mesi di corsi di aggiornamento in terrorismo internazionale.
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postato da rivoltoso alle ore 17:26
mercoledì, 28 giugno 2006

Il lavoro e la libertà
Come il corpo produce i suoi escrementi, così la società produce i suoi luoghi comuni

Salvo anomalia, non si può dire che l’uomo ami lavorare sua sponte.
Che egli lavori per diventare ricco, o per primeggiare, per soddisfare il suo orgoglio, il suo egoismo, si può capire. Che lavori per abbrutirsi, per divertirsi, per fuggire se stesso e la sua disperazione, lo si capisce pure. Che lavori per amore di un’opera, è pure comprensibile, anche se più raro. Ma l’uomo normale trova il lavoro faticoso, difficile, noioso. Gli antichi lo consideravano cosa da schiavi, una condanna. I teologi medievali, la conseguenza del peccato originale. E se i benedettini ne fecero una regola, fu a titolo di mortificazione, come il digiuno. L’idea di nobilitarlo venne a Fénelon e poi a Voltaire, da lì seguì la morale borghese, poi quella operaia, la dignità marxista, e infine l’impostura del cancello di Auschwitz, “Arbeit macht frei”, in quanto garantisce la libertà interiore. La vita non ha senso, ma se sei fortunato, tu lavori e sei un uomo libero.
Segue poi l’altro luogo comune secondo il quale “la donna trova nel lavoro la sua libertà e la sua dignità”. Quale libertà?. Non quella di poltrire a letto, mentre il marito s’alza per andare a lavorare, né quella di fare la spesa e cucinare per i figli che tornano da scuola. No, “fare da mangiare non ha più valore, anche se è il riflesso di un’altissima civiltà. Servire qualcuno è un bisogno da schiavi”, noi invece vogliamo che la donna sia una persona. Lasci il focolare, dunque, esca di casa, entri in azione, trovi un lavoro che le dia dei soldi, invece di mendicarli al marito. Il lavoro infatti – lo dicono tutti – è libertà, non fatica, ma autorealizzazione. E pazienza se così la signora in cambio del salario ricevuto da un amministratore che la disprezza, rinuncia al rapporto umano col marito, rinuncia a formare i propri figli, a creare loro una vera vita, pazienza se la sua casa si svuota fino a sera, e finisce per somigliare a un campo di battaglia, tra genitori stanchi e contrariati, e figli estranei e spesso assenti, coi cuori plasmati da altri. Il fatto è che “nessuno può aiutare nessuno”, altro luogo comune che imperversa quando la filosofia tocca il livello del settimanale. Come mai questa verità degradata ha tanto successo? Non solo perché abbiamo sdoganato Sade e leggiamo solo Oscar Wilde, ma perché l’uomo occidentale vive ormai da alienato in un mondo di disordine e incoerenza, dove domina la solitudine di massa, e dove nella mediocrità di vita può capitare di vedere a poco a poco degradarsi l’amore per la moglie che aveva creduto eterno, e vedere allontanarsi i figli che aveva pensato fossero suoi per sempre, mentre i romanzi di Françoise Sagan offrono a milioni di fanciulle la pseudosaggezza di una pseudodisperazione, “la rinuncia a vivere, a superare il destino dell’assenza con una presenza più forte in cui ognuno si ritroverà ritrovando il prossimo suo”.
Eh sì, perché “come il corpo produce i suoi escrementi, così la società produce i suoi luoghi comuni, ossia i sottoprodotti dei valori che essa pretende di darsi, delle idee in cui si rispecchia, del modo di pensare che la informa”. Analizzate il luogo comune e ritroverete il nutrimento stesso di quella società.
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